A Castelbuono tra il castello, il panettone e la manna

di Ilaria Fatta

Dopo i sonnacchiosi inverni cullati dalla musica del Teatro Politeama di Palermo le campane della Pasqua sembrano risvegliare i siciliani dal letargo durato appena tre mesi. Il saluto del sole, che l’inizio della primavera fa risplendere in tutta la sua fierezza, illumina le facce che speranzose hanno guardato in su, mai sazie di luce e calore. Metafora tangibile de “la luce ed il lutto” di bufaliniana memoria sono gli occhi che seguono la statua raffigurante il corpo esanime del Cristo nella processione del Giovedì santo, abbagliati dalla fede e dalla luce viva dello splendido azzurro del cielo.

Così la Resurrezione festeggia la rinascita e la natura saluta la vita con un tappeto di colori. L’unione di sacro e profano è fra le caratteristiche più note del popolo isolano, sicché ogni ricorrenza si trasforma in un’occasione di festa, di colori e di creatività. Anche il significato più intangibile passa attraverso l’uomo e prende forma mantenendo al contempo un’aria di sacralità della quale noi siciliani siamo convinti sostenitori, al pari dei nostri cugini iberici.

Nel giro che “virtualmente” intraprendiamo a partire da oggi, prima tappa sarà Castelbuono, in provincia di Palermo, conosciuto nel mondo di certo per il famoso panettone (Fiasconaro) ed i dolci a base di manna, la cui produzione a tutt’oggi rimane artigianale. Il paese si è sviluppato intorno al castello fatto costruire nel 1316 per volere di Francesco I Ventimiglia, ed ancora oggi domina la cittadina con le sue forme maschie.

Fra i numerosi monumenti molta curiosità desta la Torre dell’orologio, che apre le porte al pubblico il quale può, alla maniera di Charlie Chaplin, osservare “da dentro” i meccanismi che muovono le lancette.

Per il suo profondo accento spirituale, secondo solo alla Pasqua, il Corpus Domini (30 maggio-2 giugno) richiama ogni anno sempre più curiosi. Suo significato profondo è il riconoscimento della presenza del Cristo nell’eucarestia. In tale occasione dunque si porta in processione, racchiusa in un ostensorio posto sotto un baldacchino, un’ostia consacrata ed esposta alla pubblica adorazione; parallelo non tanto nascosto con la processione del Giovedì Santo.

In questa occasione il paese ospita “L’infiorata”, una manifestazione che riesce ad affascinare ed incantare anche gli habitué. I temi delle rappresentazioni sono tutti di genere sacro (angeli, eucarestia, apparizioni mariane, conversione) e la natura è il mezzo utilizzato per realizzarli. Come ogni festa che si rispetti tutti i gesti hanno delle regole ed ogni atto ha un significato proprio.

Il giovedì successivo alla solennità della Santissima Trinità, nel pomeriggio, si comincia con la spetalatura dei fiori i quali, secondo la tradizione, dovrebbero essere colti la mattina stessa. Terminata verso sera la lunga pratica si continua col tracciare le linee guida del disegno e col riempire ciascuna parte di petali di colori diversi; operazione questa che dura per gran parte della notte. Dalla mattina del giorno dopo comincia finalmente la vera festa che guida il visitatore lungo un ideale “cammino della fede”.

Nel momento stesso in cui si assiste a questo spettacolo si capisce che la Sicilia di Proserpina -la dea della rinascita rapita sulle sponde del lago di Pergusa da Plutone, re degli inferi – sembra aver concesso, per amor della sua bellezza, mesi in più alla sua permanenza nel regno dei vivi e le stagioni della luce, dei frutti succosi e dei fiori di zucchero hanno ridotto il freddo ed il buio al solo inverno, che già disturba meno perché accompagnato dalla consapevolezza che, come scriveva E. Stagni in L’ultima foglia, “sempre nel modo migliore tutto ritorna a fiorire”.

 


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