A 75 anni dalle bombe le macerie restano ancora lì «Vanno riqualificate, anche in chiave contemporanea»

«Fu il primo bombardamento a tappeto sull’Italia, dal punto di vista simbolico e materiale fu devastante. E le cicatrici sanguinanti di quell’attacco, stiamo parlando di quasi 1500 bombe in soli dieci minuti e sganciate da 416 aerei militari, sono evidenti ancora adesso». A raccontare ciò che è avvenuto 75 anni fa a Palermo è Wil Rothier, il giovane studioso francese che sul 9 maggio 1943 ha scritto anche un libro. La città oggi è certamente diversa da quella devastata dalla seconda guerra mondiale, ma allo stesso tempo rimane ancorata a quel passato. Non fosse altro che per i segni, le rovine, che nel centro storico continuano a insistere. Un segno di memoria o di trascuratezza, a distanza di così tanto tempo?

«La questione è più complessa» osserva Giulia Argiroffi, consigliera comunale M5s che sulla seconda guerra mondiale sta lavorando da tempo a un progetto di museo all’interno del Parco della Favorita. «Palermo è un caso di studio, e i resti di quel conflitto rappresentano paradossalmente una una ricchezza. Tra l’altro c’è un disegno di legge, passato recentemente all’Ars, che in vista dell’80esimo anniversario dello sbarco degli angloamericani vuole mettere in rete i territori maggiormente colpiti dalla guerra in Sicilia. Per noi si tratta di una consapevolezza culturale prima che di una possibile attrazione turistica». La posizione sfumata della Argiroffi viene in parte ribaltata da Fabio Alfano, coordinatore del comitato Bene Collettivo. Architetto come Argiroffi, entrambi puntano il dito sulle macerie nel centro storico. Proprio mentre c’è un’altra parte di città sventrata dai nuovi cantieri. 

«Le rovine vengono lasciate per inerzia, non per il fascino. In realtà non si riqualifica, se non per piccoli punti. Il concorso del tram lo dimostra: protagonista è un’opera che va a discapito della città. Il tram dovrebbe essere un accessorio, e invece è preponderante. Nel centro storico permangono ancora i segni della guerra perchè non si è stati capaci di intervenire, né nel privato né nel pubblico. È paradossale che da una parte si fanno i percorsi Unesco e ci sono i flussi turistici, dall’altra le macerie. Ciò è la conseguenza di un’amministrazione che non è capace di trasformare la città, e dove opera fa male. L’esempio di piazza Borsa e della pedonalizzazione è clamoroso». 

Ma al di là delle critiche all’attuale giunta, quali potrebbero essere le possibili soluzioni per un reale recupero delle macerie? «C’è un discorso legato al piano particolareggiato – sostiene ancora Alfano – che non ha dato spazio ad esempio all’espressione contemporanea, come si è fatto da altre parti. Si è preferito solo un recupero filologico del centro storico. E poi c’è da dire che le speculazioni precedenti non hanno trovato interessante intervenire, e anzi così si è salvaguardato quel che c’era, come non è stato fatto con le ville liberty della Conca d’Oro. Gli interventi in centro storico sono stati pochissimi, sicuramente in un’ottica futura le rovine hanno bisogno di essere riqualificate, anche in chiave contemporanea, ma se il modo in cui interviene l’amministrazione è quella dei cantieri di oggi forse è meglio che non ci metta mano». 

Almeno la memoria, almeno quella, rimane. E le cicatrici di Palermo continuano a ricordare ciò che è successo. È il 9 maggio del 1943, è la giornata dell’esercito e dell’impero fascista. A Palermo, in quella che allora si chiama ancora piazza Italo Balbo (e che poi prenderà il nome di piazza Bologni), intorno a mezzogiorno, bastano dieci minuti per radere al suolo intere parti di città. «Le bombe vennero annunciate su RadioLondra, la radio degli Alleati – racconta Wil Rothier -. Dai ricordi degli anziani sappiamo che si oscurò il cielo, il rumore degli apparecchi fu assordante. L’obiettivo era radere al suolo e non colpire obiettivi specifici, per distruggere il morale della popolazione e fiaccarne i sentimenti. Chi si riparò dentro i rifugi narra che quando, con molto timore, provarono a uscire attorno c’erano solo macerie e cadaveri». 

E ancora oggi molte di quelle macerie restano. Per ricordare quei momenti sabato 12 e sabato 19 maggio la presidenza del consiglio comunale apre le porte ai visitatori del rifugio antiaereo di Palazzo delle Aquile. Le visite guidate sono a ingresso libero, dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle ore 14.00 alle 18.00, per un numero massimo di 40 visitatori per gruppo


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