La divisa ad ombelico

Uno degli elementi più abbaglianti del glancedom (ovvero il regno del luccichio estetico, il dominio dell’estetizzazione universale) è senz’altro l’esibizione del corpo femminile. Bella scoperta, dirà qualcuno. Alla lettera. Giacché, si sa, si tratta specificamente di scoprire il più possibile la bellezza vera o presunta delle donne reali, e non solo delle attrici e delle cosiddette “celebrità”. Del resto, dico “presunta” in quanto, ed è elemento davvero significativo, l’odierna corsa alla nudità di zone sempre più ampie coinvolge praticamente ogni teenager, ed una percentuale consistente di tutte le altre donne. E così, ragazze che un tempo avremmo immaginato pronte all’anoressia, essendo afflitte dallo spasmodico desiderio di dimagrire, e che dunque si infagottavano in abiti larghi e scuri, per nascondersi (soprattutto a se stesse, temo) oggi invece mettono in vista ed anzi sottolineano in ogni modo ombelico, ascelle, e più se ne ha meno se ne metta.

 

Beninteso, non ho intenzione di mettere in discussione alcuna conquista liberatoria e libertaria, né intendo contestare alle ragazze che mi appaiono meno carine il loro diritto di esporre ciò che vogliono, quando vogliono. Tuttavia non posso passare sotto silenzio la sorpresa (che suppongo ogni maschio stia provando) per un’inversione di tendenza così radicale, anche se non so quanto ancora radicata. Giacché fino a qualche anno o mese fa i dettami dell’esponibile erano davvero più cauti. E certo non per motivazioni moralistiche: più semplicemente, l’etichetta del vestire decretava che il corpo dovesse essere ben più coperto. (La controparte maschile del fenomeno è l’esibizione di bicipiti e tattoo sottolineati da canottiere; ma consentitemi in questo caso di volgere lo sguardo altrove).

 

Ora, supponendo ed anzi essendo certi che nel futile a volte faccia capolino qualcosa di simile alla verità, mi chiedo: cosa appare e si nasconde, in questo universale esporre ombelichi e scollature? Cosa c’è di “trashendente”? La tentazione immediata è di ricorrere ad argomentazioni sociologiche e/o attinenti alla psicologia individuale e collettiva. E certo, fa specie che la rapidità fulminea con cui s’è diffuso questo denudarsi collettivo sia cronologicamente coeva all’acquisizione popolare del fatto che no, non in ogni luogo le donne sono libere di fare e scoprire ciò che vogliono. Dato il mio intento “estetico”, su questo punto non dirò una parola di più; e però mi sembra chiaro che qualunque discorso sull’indigestione da ombelichi debba avere sullo sfondo il fantasma del burka e dell’infibulazione. E d’altra parte ci si potrebbe chiedere se questo esibirsi dimostri che si è a proprio agio col corpo, o ancora una volta che lo si ha in sospetto. Nel secondo caso far vedere il pancino non risulterebbe molto differente, come atteggiamento, dal mostrare a tutti gli amici e conoscenti l’auto appena comprata, e di cui si è fieri, ma con cui si ha ancora scarsa familiarità. Ma lascerò inesplorate queste suggestioni.

 

Mi concentrerò invece su quella che suppongo sia esteticamente di maggiore rilevanza. E cioè: ma è poi necessario, mostrarsi? Domanda che può apparire sciocca. Tuttavia, l’etichetta del vestire per secoli ha eluso la questione, rifiutando di trattarla, e risolvendola a priori con un’opzione negativa. No, di norma non è necessario né esibirsi né scoprirsi; nemmeno per sedurre. Beninteso, una verifica controfattuale, e quindi la ricerca d’un esempio di situazione e/o di ruolo che viceversa includa una necessità od opportunità di scoprirsi, fa subito venire alla mente la prostituta. Ne andrà sottolineato qui il ruolo pubblico: l’esibirsi, allo scopo di dimostrarsi ipoteticamente di chiunque, per lei è condizione di base del mestiere, ed allo stesso tempo è deformazione professionale. In altri termini, la “donna pubblica” deve esserlo, pubblica, e deve dimostrare d’esserlo. Ovvio, lo so. Ma qui intendo far notare il fatto curioso che la determinazione di cui stiamo trattando, cioè “donna pubblica”, è possibile solo a prezzo d’una sovradeterminazione, e viceversa. Quanto più è sovradeterminato come corpo femminile, tentatore, disponibile a chiunque ne soddisfi il prezzo, tanto più il corpo della meretrice risulta indeterminato, in se stesso: letteralmente generico. Da qui la facilità con cui nelle tradizioni di ogni luogo e di ogni tempo la prostituta ha caratteri assai vicini a quelli della dea, o intercambiabili con essi: entrambe, dea e puttana, quanto più sono individualmente caratterizzate, sovradeterminate, tanto più sono appartenenti a tutti, generiche.

Paradossalmente, un fenomeno non dissimile si determina anche nel caso del guerriero. Certo, in un senso in apparenza opposto: giacché per il guerriero l’esibirsi non è in alcun modo associato allo scoprirsi. Tuttavia, una seconda riflessione fa balenare l’idea che l’elemento “divisa” (o “corazza”; oppure “parure del combattente”, avrebbero detto qualche anno fa certi saggisti francesi) sia esibito come una sorta di seconda pelle. Una seconda pelle che, allo stesso modo del corpo agghindato, truccato, decorato della prostituta, si determina (e determina il ruolo “pubblico”, in questo caso di gestore della forza) solo in quanto sovradeterminato.

 

Risulterà allora chiaro che la generalizzazione della parata di ombelichi è davvero un possibile emblema “trashendente” del pathos postcontemporaneo, o almeno d’una sua componente significativa. Come si ricorderà, lo stigma essenziale del postcontemporaneo è l’ambivalenza, ed in particolare l’ambivalenza fra l’estrema enfasi sull’individualità e la sua sostanziale dissoluzione nella marea inarrestabile del collettivo. Ora, si consideri come tale ambivalenza sia plasticamente visualizzata dal generale esibirsi di ombelichi, calzoni a vita bassa, e così via: così generalizzato da porsi davvero come una divisa, segno di omologazione e d’appartenenza. Insomma, stiamo assistendo né più né meno che ad un farsi divisa del corpo. Questa paradossale divisa postcontemporanea si realizza tramite l’esposizione (caratteristicamente sovradeterminata) del proprio corpo, ovvero di quanto si supporrebbe più specificamente individuale, più vicino al proprio sé, più soggetto alla differenza specifica d’un individuo dagli altri.

 

Quell’ombelico non sarà il centro del mondo, ma di certo viene esposto come il centro senza centro di un sé che si determina soltanto sovradeterminandosi nel collettivo.


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