Sicilia, ponte tra Europa e mondo arabo Terzi: «Lampedusa non sopporta più»

«Non vogliamo dare la sensazione di voler assoggettare le nuove democrazie arabe in nome di un capitalismo senza etica. Che si è già rivelato fatale per l’Europa». Il neo-ministro degli Esteri Giulio Terzi, all’ex Monastero dei Benedettini di Catania per inaugurare i lavori del forum del Mediterraneo, sullo sviluppo del mondo arabo ha le idee chiare. «È necessario un approccio rispettoso: l’unica maniera per ridurre i flussi migratori è favorire il rilancio dell’economia nei Paesi dai quali si scappa». Perché, dice, «non possiamo andare avanti confidando nella generosità di Lampedusa».

Alla prima uscita ufficiale da membro del consiglio dei ministri, Terzi decide di parlare dell’area euromediterranea, del mare e dell’importanza della Sicilia, «poiché ponte tra gli europei e gli arabi». E loda il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Raffaele Lombardo, che «ha saputo valorizzare la sua terra, centro del Mediterraneo». Dal canto suo, Lombardo non manca di far notare l’importanza di una simile dimostrazione d’attenzioni: «Se la politica mediterranea tornerà a essere all’attenzione del governo, la nostra candidatura come siciliani a svolgere un ruolo fondamentale è nelle cose».

Eppure, secondo Kaled Fouad Allam, editorialista del Sole 24 Ore e docente di Sociologia del mondo musulmano, quello politico è prima di tutto un problema, per il quale manca una soluzione. «La crisi è dei sistemi – sostiene – Non c’è uno spazio istituzionale nel quale Europa latina, Europa balcanica ed Europa arabo-nordafricana possano discutere: la sponda sud del Mediterraneo è ridotta a periferia e causa d’immigrazione». La primavera araba, poi, ha aperto nuovi interrogativi e fatto emergere altre necessità. «Il ruolo della società civile è più forte di quello dei partiti, in Tunisia – testimonia la giornalista Yamina Touati – Bisogna dare più margine di potere alle amministrazioni locali, più possibilità di movimento. Dobbiamo accogliere la sfida».

E di sfida parla anche Ali Abu Ghanimed, preside della facoltà di Architettura di Al al-Bayt University in Giordania. «La primavera araba non è ancora arrivata da queste parti – ricorda – e le università hanno un ruolo di primaria importanza: un’istruzione migliore è un popolo migliore». E aggiunge: «Da noi, solo gli studenti peggiori frequentano le facoltà umanistiche, perché tutti gli altri scelgono quelle scientifiche. Un ingegnere guadagna più di un filosofo, eppure abbiamo tanto bisogno di umanisti capaci». E bisogno anche di giovani al governo: «Un rettore di quarant’anni e un ministro di trenta fanno un lavoro più utile al Paese di uomini di almeno sessant’anni».

Sul ruolo dei giovani interviene Weslati Mouna, membro dell’ufficio esecutivo dell’Unione generale degli studenti tunisini. «Saluto, in primo luogo, i martiri delle libertà uccisi in Tunisia dalle pallottole della polizia», comincia, e prosegue discutendo di politica internazionale. Senza risparmiare l’Europa, «che supportava i regimi dittatoriali e adesso tenta di intervenire nelle decisioni delle nuove democrazie», e Israele, «che vede la fine del suo colonialismo». Le risponde indirettamente, pochi minuti dopo, Silvan Shalom, vice primo ministro proprio di Israele: «I popoli chiedono libertà, e il percorso è cominciato – afferma – ma non dobbiamo dimenticare che ci sono delle frange di estremisti che tentano di prendere il potere. Ci riusciranno? Le elezioni saranno vinte da loro oppure dai moderati?». E conclude: «Va bene parlare di democrazia, ma non dimentichiamo l’economia».

 

[Foto di Jordiet]


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