Italiano rapito in Sudan da un mese Il ritratto degli amici: «Tiene duro»

«E’ uno di quelli che davvero vogliono cambiare il mondo. A cominciare dalle macchine posteggiate male». E’ questo il ritratto di Francesco Azzarà, il logista di Emergency rapito il 14 agosto in Darfur, nelle parole di uno dei suoi amici più cari, Antonello Praticò. Inseparabili, i due, fin dai 14 anni. «Sappiamo che sta bene e tiene duro, questo ci ha fatto respirare di nuovo», racconta Cecilia Strada, presidente dell’associazione, che mercoledì scorso, il 7 settembre, ha ricevuto dal Sudan le prime – e finora uniche – notizie del collaboratore. Dopo tre settimane di silenzio dal rapimento.

Oggi il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha ufficializzato la decisione di srotolare in Campidoglio un cartellone per ricordare Azzarà e il suo rapimento. «Questi italiani che sono nel mondo a fare opere di solidarietà e cooperazione devono essere tutelati. Guai a qualsiasi forma di dimenticanza e abbandono», ha detto il primo cittadino romano. Per questo, «abbiamo messo lo striscione – ha aggiunto – perché vogliamo dire con chiarezza che la nostra amministrazione è a disposizione per altre iniziative che tengano alta l’attenzione. E’ passato un mese e dobbiamo fare in modo che ci siano risposte adeguate per garantire il massimo impegno delle istituzioni italiane e internazionali affinché ci sia questa liberazione. Roma come sempre è a disposizione per difendere tutti gli italiani che rischiano la loro vita per il bene dell’umanità».

Francesco, 34 anni, viene da Motta San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria. In Darfur, a Nyala, ci è finito dopo aver girato già un bel po’ di mondo. «Gli piace conoscere posti e gente nuova – spiega Antonello – Ha sempre viaggiato molto». Prima la laurea a Pisa, in Economia aziendale, poi l’Erasmus in Spagna e vari master, corsi e specializzazioni: in Irlanda e ad Amsterdam. Quando torna a casa, racconta l’amico, Francesco aiuta i genitori nel bar-pasticceria di famiglia, a Motta.

Si ferma giusto il tempo di programmare un nuovo viaggio. Così inizia la collaborazione con Emergency. Un po’ per la sua curiosità e voglia di viaggiare, un po’ perché «Francesco ha sempre avuto un grande senso civico – racconta Antonello -, si infastidisce anche per le macchine in doppia o terza fila». E a chi gli dice che così vanno le cose, che ci si deve solo rassegnare, risponde: «Perché? Possiamo sempre cambiare». Tra le persone a lui vicine, nessuno si è stupito quando ha deciso di andare in Darfur, a Nyala, per lavorare nel centro peditrico gestito da Emergency. Anche la famiglia ha sempre condiviso le sue scelte. «La sera prima di partire era venuto a cena da me – racconta Antonello – e cercava materiale da portare ai bambini. Colori, album da disegno, cartoni animati».

Al momento del rapimento, Francesco si trovava in Darfur da pochi mesi. Ma era già alla sua seconda esperienza. «Due missioni ravvicinate – dice Cecilia Strada – perché si è proprio appassionato». La prima volta si è trattenuto circa sei mesi. Poi, dopo un breve periodo a casa, è ripartito. Al centro – dove lavorano 5 volontari internazionali e quasi 70 italiani – Francesco si occupa di amministrazione e gestione del personale. «Francesco chiamava spesso a casa e agli amici – spiega Antonello – e raccontava sempre di lavorare parecchio, anche 16 ore al giorno. Ma era contento, si trovava bene». Il giorno del rapimento, il 14 agosto, Francesco Azzarà era in auto con altri due colleghi. Stava andando in aeroporto per accogliere un nuovo collaboratore, che avrebbe dovuto sostituirlo da lì a quindici giorni. Dopo, sarebbe tornato in Italia per un po’ di ferie.

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[Foto del comitato Francesco Libero]


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Il sindaco di Roma ha ufficializzato la decisione di srotolare in Campidoglio un cartellone per ricordare Francesco Azzarà. Il suo miglior amico lo racconta così: «E' uno di quelli che davvero vogliono cambiare il mondo. A cominciare dalle macchine posteggiate male». Riprendiamo da Il fatto quotidiano.it l'articolo della nostra redattrice Claudia Campese sul volontario rapito in Darfur

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