La mafia a Trapani e provincia nella relazione della Dia «Degrado sociale accresce il consenso di Cosa nostra»

«Cosa nostra trapanese presenta ancora una struttura unitaria e verticistica, con un capillare e profondo radicamento territoriale: caratteristiche che la rendono del tutto omogenea a quella palermitana». È quanto emerge dalla relazione del ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia nel secondo semestre del 2016. 

«Nonostante l’incessante opera di contrasto da parte dello Stato – si legge nel documento – l’organizzazione mafiosa registra tutt’oggi una notevole potenzialità offensiva, grazie al pervasivo controllo del territorio e all’immutata capacità di adattamento e d’infiltrazione nel tessuto socio-economico locale». Secondo la relazione «il degrado sociale che connota alcune aree della provincia contribuisce ad accrescere il potenziale criminale di Cosa nostra. Questa, oltre a continuare a imporre un clima di omertà, sembra riscuotere anche un certo consenso nelle fasce più emarginate della popolazione». 

La provincia di Trapani è divisa in quattro mandamenti: Alcamo, Castelvetrano, Mazara del Vallo e Trapani che raggruppano complessivamente 17 famiglie. Il principale ricercato mafioso dell’area, il boss Matteo Messina Denaro, «al di là della carica formale ricoperta quale capo mandamento di Castelvetrano e rappresentante provinciale di Trapani, è tuttora il leader più carismatico, ancora in libertà, dell’organizzazione mafiosa. Sulla sua figura si continua a reggere il sostanziale equilibrio tra famiglie e mandamenti e la cattura dei capi più importanti ne avrebbe aumentata l’influenza anche nel Palermitano e nella complessiva governance di Cosa nostra». 

La centralità del boss latitante nella gestione degli affari illeciti in provincia è stata ulteriormente dimostrata, anche nel semestre di riferimento, da alcune significative attività investigative. Tra queste c’è quella della Dia di Trapani che a ottobre ha arrestato l’imprenditore castelvetranese Antonio Lo Sciuto, condannato per associazione mafiosa a 13 anni e sei mesi di reclusione. Lo Sciuto era stato assolto in primo grado, dopo essere stato arrestato nel dicembre del 2013 nell’ambito dell’operazione Eden

L’inchiesta Ermes II ha invece evidenziato ancora una volta il perdurante interesse delle cosche trapanesi verso il settore degli appalti pubblici e confermato i saldi contatti tra il mandamento di Trapani e quello di Mazara del Vallo, allo scopo di spartirsi le commesse secondo precise direttive. Undici le persone arrestate nel dicembre scorso, tra cui Epifanio Agate, mazarese di 43 anni, figlio di Mariano, uomo di fiducia di Riina e Provenzano, accusato di intestazione fittizia di beni a terzi (quote delle società My Land e Fishmar con sede a Mazara del Vallo) ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. 

In manette anche i fratelli imprenditori Carlo Antonio e Giuseppe Loretta, accusati di associazione mafiosa e attribuzione fittizia a terzi di quote delle loro società Mestra srl e Medio Ambiente. Da ricordare anche l’operazione Ebano, del dicembre 2016, che portò all’arresto dell’imprenditore castelvetranese Rosario Firenze. Dalle indagini condotte dai carabinieri e coordinate dalla Dda di Palermo sarebbe emerso che l’imprenditore era uomo di fiducia di Patrizia Messina Denaro, sorella del boss e già in carcere. Secondo gli inquirenti l’imprenditore, con la benedizione di Cosa Nostra e grazie alla protezione che aveva all’ufficio tecnico comunale tramite il geometra Sciacca (sottoposto ai domiciliari), si sarebbe assicurato gli appalti i cui proventi servivano anche per finanziare la latitanza di Messina Denaro

Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati beni per un valore di sei milioni di euro, tra cui due imprese di costruzione. La Dia di Trapani ha eseguito, nel secondo semestre 2016, significativi sequestri e confische per un valore complessivo di oltre 125 milioni di euro. 


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