Da Vittoria a Fondi, il pizzo al mercato agricolo «Pagavano tutti, senza necessità di minacce»

Costretti a pagare due volte il pizzo: al mercato di Fondi in Campania e a quello di Vittoria. In quello siciliano, per ogni operazione di carico e scarico della merce, gli autotrasportatori avrebbero consegnato tra i 50 e i 100 euro a Matteo Di Martino, conosciuto come Salvatore, e al suo braccio operativo Pietro di Pietro. Sono loro due gli arrestati oggi dai finanzieri del comando provinciale di Catania, accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ed è scattato il sequestro a due aziende: la Sud Express Matteo Di Martino srl e la ditta individuale Di Martino Matteo. 

Non casi isolati, ma una prassi consolidata. Una cappa che avvolge il secondo mercato agricolo d’Italia, il primo, secondo l’ultimo rapporto di agro-mafia, per indice di infiltrazione mafiosa. Elementi che il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, sottolinea: «La città di Vittoria è condizionata da una pesante pressione mafiosa in vari settori, dai rifiuti alle attività del mercato. Questa operazione ha una duplice importanza: interrompere una sopraffazione in corso che minava la libera concorrenza, e dare un segnale forte ai cittadini, visti anche i gravissimi fatti recenti». Il riferimento è all’incendio di quattro tir al mercato, su cui si indaga a Catania e a Ragusa. Episodio con cui l’indagine odierna non avrebbe legami diretti. «Ma – precisa Zuccaro – parliamo di un prisma con varie facce».

Di Martino e Di Pietro non apparterrebbero a nessuna organizzazione mafiosa in senso stretto. Non gli viene infatti contestato il reato di 416 bis. Eppure, secondo quanto emerso dalle indagini, contavano su contatti eccellenti. A cominciare da quello con il clan dei Casalesi, che gli consentiva di sottoporre alla richiesta di pizzo – chiamato anche ciociò o babà – non solo gli autotrasportatori siciliani, ma anche quelli campani. Il loro potere sarebbe stato talmente riconosciuto che non avrebbero avuto bisogno di azioni violente, intimidazioni o minacce. «Pagavano tutti, consapevoli che, se non lo avessero fatto, sarebbero andati incontro a danni ingenti – sottolinea Ruis, comandante del nucleo di polizia tributaria della Finanza -, ad esempio al deperimento della merce, a causa di pretestuosi ritardi nelle operazioni di carico e scarico». 

Di Martino e il cognato Di Pietro operano al mercato di Vittoria dal 1978, anno in cui è stata fondata la Sud Express Di Martino, un’agenzia di mediazione. «La società agiva solo come intermediaria – spiega il comandante del Gico Paolo Bombaci –  non aveva mezzi propri, ma aveva invece il monopolio su tutte le operazioni di carico e scarico». Un meccanismo nascosto da una patina legale. «Gli autotrasportatori – aggiunge la pm Valentina Sincero – oltre al pagamento di una legittima commissione, erano costretti a versare il pizzo. Alcuni fino a 450 euro a settimana. Di Martino e Di Pietro si presentavano come imprenditori con una veste di legalità, ma con origine e modo di gestione opposti». Chiare alcune intercettazioni: «Don Pietro – dice una delle vittime – viene al mercato, si viene a prendere il babà». O ancora, sempre un discorso tra autotrasportatori vessati: «Se non gli dai la marmellata, la cioccolata non cammina». «Non mi vedo mai per dargli la mazzetta – dice un altro – io vado nel bagno, glieli lascio nel bagno. Glieli avvolgo e glieli butto nel pacco di salviettina di carta».

La titolare delle indagini sottolinea come in quasi 40 anni di attività, l’azienda «non è mai stata toccata da pressioni della criminalità organizzata». Questo, secondo gli inquirenti, perché i due arrestati potevano vantare ottimi rapporti sia con il clan Dominante-Carbonaro della Stidda, sia con il gruppo di Cosa Nostra che fa riferimento a Emanuele Attardi. Lo spessore criminale di Di Martino e Di Pietro sarebbe stato tale da «trattare alla pari con i Casalesi», con cui sarebbero stati in stretti rapporti di affari. «Soggetti – continua Sincero – già arrestati nell’indagine della Dda di Napoli Sud Pontino. In sostanza è emerso che dal 2008 in poi, nonostante le operazioni in Campania, il modo di imporre le estorsioni non è mai cambiato». 

La Dda di Catania si è avvalsa di intercettazioni, dell’esame della documentazione contabile, delle dichiarazioni – definite «poche e reticenti» – delle vittime delle estorsioni, di quelle di alcuni collaboratori di giustizia e delle risultanze delle indagini dei colleghi di Napoli. Ai due arrestati sono state trovate macchine di lusso, come Porsche e Maserati. 


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