Arancio, un catanese alla Biennale di Venezia «La ceramica per me è stata una liberazione»

Magmatica, senza tempo, magica. Così l’artista catanese Salvatore Arancio descrive la sua arte, a pochi giorni dall’inizio della 57esima Biennale di Venezia, a cui è stato invitato a partecipare. Il palcoscenico artistico internazionale per eccellenza, per il siciliano che ha studiato fotografia a Londra per poi arrivare a esplorare sentieri dell’arte immaginifici, attraverso tecniche tradizionali e nuovi media. Fotografia, video, animazione, acquaforte, ceramica, collage: Arancio combina insieme modi e materiali apparentemente inconciliabili per dare vita a immagini polisemiche, ambigue, fantastiche, in cui i contrasti naturale/artificiale, minerale/vegetale, bidimensionale/tridimensionale conducono verso dimensioni altre, surreali e psichedeliche.

«Ho studiato fotografia, ma alla fine del master al Royal College of Art di Londra ho deciso di abbandonarla, perché il mio lavoro aveva preso una piega che aveva a che vedere con un mondo fantastico, quindi la fotografia mi limitava da un certo punto di vista – racconta l’artista a MeridioNews –. Ho deciso di allargare la mia pratica ad altri materiali e tecniche come l’acquaforte, il disegno, la manipolazione di immagini fotografiche, il video. Tutto questo è nato in maniera organica. Poi mi sono interessato a materiali che non conoscevo e non avevo mai studiato, come la ceramica. La pratico dal 2011, ed è stato il risultato di una residenza che ho fatto al museo Carlo Zauli a Faenza, dove è nato il mio interesse per questo materiale». 

La ceramica da quel momento diventerà la materia prediletta di Arancio, il mezzo a lui più congeniale per modellare i suoi mondi fantastici: «Già da tempo pensavo di passare dalla bidimensionalità alla terza dimensione, e la ceramica è un materiale versatile, arriva direttamente dalla natura. L’argilla ha connotazioni proprie della terra, ha qualcosa di viscerale e grottesco – continua Arancio –. Durante la residenza a Faenza, ho realizzato un’installazione, The little man of the forest with the big hat, ed è stata un’esperienza che mi ha dato l’opportunità di capire come funziona la ceramica e di lavorarla in prima persona. Poi ho continuato a studiarla e a sperimentarla anche in altre residenze. La ceramica è stata una via d’uscita da certe restrizioni che la precisione tecnica della fotografia mi imponeva, restringendo i miei confini. È stato un elemento liberatorio per me. Continuando a utilizzare lo stesso materiale, capisci sempre di più come funziona e può iniziare a mancare il gesto spontaneo e naïf dei primi tempi. Ma cerco sempre di mantenere questo spirito, mi piace l’idea che dall’accident possa nascere qualcosa di bello e interessante».

Riguardo alla sua partecipazione alla Biennale di Venezia, così l’artista commenta l’invito ricevuto e racconta come si sta preparando all’esposizione: «È stato inaspettato, non pensavo potesse accadere proprio adesso. La Biennale è un goal importantissimo, quando arrivano opportunità di questo tipo vuol dire che stai facendo un percorso che ha senso. Sto preparando alcuni lavori sperimentali, nuovi, ma che fanno parte del mio mondo, complicati da mettere insieme e produrre sia per le grandezze che per i materiali utilizzati. Spero che questa voglia di mettermi in gioco sia recepita e apprezzata dal pubblico».


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