Commozione, ma anche molti sorrisi: così amici, colleghi e allievi hanno ricordato Escher. Ecco le parole di un ragazzo che lo ha conosciuto molto bene
Ventanni con Enrico
Ho avuto modo di conoscere Enrico circa vent’anni fa, in una clinica di Catania. Non ricordo precisamente in merito a quale occasione, ma per quel che mi è stato detto sembra fosse un evento piuttosto importante. Il nostro primo incontro fu alquanto particolare. Mi colpì la felicità con cui mi venne incontro, senza stringermi la mano, nel suo stile, come se mi stesse aspettando da molto tempo e tra l’altro senza che io sapessi ancora chi fosse. Da lì in poi abbiamo iniziato a frequentarci abitualmente, lo incrociavo spesso quando tornava dal lavoro e abbiamo finito per passare parecchie vacanze insieme.
Ricordo che all’inizio rimasi estasiato e ammetto anche un po’ intimorito dalla sua figura, che nei primi tempi associai ad un’entità quasi onnisciente ed onnipresente, per imparare solo successivamente ad apprezzarne come a criticarne pregi e difetti. Non è stato un rapporto sempre rose e fiori, abbiamo avuto parecchi diverbi, specie nell’ultimo quinquennio, riguardanti punti di vista differenti su piccoli e grandi temi e alcuni aspetti del mio carattere e del modo di fare che non sempre gli andavano a genio.
Ma al di là di queste poche piccole macchie ci hanno sempre legati un profondissimo rispetto e la consapevolezza di poter sempre contare l’uno sull’altro, anche nei momenti peggiori. Un’amicizia profondissima che mi ha dato molto e a cui sono molto riconoscente, tanto da poter dire che se sono quello che sono, e si spera la parte migliore di me, lo devo per la maggior parte a Enrico, a prescindere dal fatto che lui fosse mio padre e io suo figlio.