Forza Italia: l’ascesa di Minardo e la promozione che allontana Caruso. Gli scenari

La nomina di Nino Minardo a nuovo commissario regionale di Forza Italia, con il contestuale spostamento di Marcello Caruso a un nuovo incarico nazionale, segna un punto di rottura non indifferente negli equilibri di Palazzo d’Orleans. Perchè c’è un sottile confine, nel linguaggio della politica siciliana, tra una promozione e un dignitoso benservito. Non è un semplice avvicendamento burocratico. È un’operazione chirurgica, firmata da Antonio Tajani, che ridisegna la mappa del potere azzurro nell’isola, colpendo direttamente il cerchio magico del presidente della Regione, Renato Schifani.

La fine dell’era Caruso: un colpo al cuore del metodo Schifani

Marcello Caruso non era solo il coordinatore regionale: era il braccio destro, il fedelissimo, l’uomo che per anni ha garantito a Schifani il controllo totale sul partito in Sicilia. La sua gestione è stata spesso descritta dai detrattori interni come monolitica e strettamente funzionale alle esigenze della presidenza della Regione.

Affidargli un nuovo incarico, tecnica classica del promoveatur ut amoveatur, serve a indorare la pillola, ma la sostanza politica rimane: Schifani perde il controllo diretto della segreteria regionale. Il partito non è più un’estensione della presidenza, ma torna a essere un’entità con una propria guida autonoma, e per giunta affidata a un profilo di peso come Minardo.

Perché Nino Minardo? L’uomo della mediazione (e di Roma)

L’arrivo di Nino Minardo, attuale presidente della commissione Difesa alla Camera e politico di lungo corso con radici profonde nel ragusano, rappresenta una svolta tattica. Minardo porta con sé innanzitutto autonomia da Palazzo d’Orleans perché, a differenza di Caruso, Minardo non deve la sua carriera politica a Schifani. Questo gli permette di agire come un arbitro più che come un gregario.

Inoltre, in un momento in cui i rapporti tra Forza Italia, MPA di Raffaele Lombardo e la Lega sono in costante ebollizione, Minardo è visto come un pontiere capace di ricucire strappi che la gestione Caruso aveva talvolta acuito. Da non sottovalutare che la scelta di un commissario indica che Roma ha ripreso in mano il dossier Sicilia. Tajani vuole un partito che sia nazionale e meno feudale, pronto alla sfida delle prossime scadenze elettorali senza essere schiacciato dai personalismi locali. Non solo commissario ma, più propriamente gli occhi e le orecchie romani sull’operato del partito e di Renato Schifani.

Schifani è davvero più debole?

Il ridimensionamento politico di Schifani appare, in questa fase, evidente. Sebbene la sua leadership amministrativa non sia in discussione, la sua egemonia politica sul partito ha subito una brusca frenata. Senza Caruso alla guida del partito, Schifani dovrà negoziare ogni singola scelta (nomine, sottogoverno, strategie d’aula) con un coordinatore che risponde direttamente a Roma e che ha il compito di ascoltare anche le fronde interne (gli ex ribelli) che Schifani aveva finora tenuto ai margini. Inoltre questo cambio di guardia getta un’ombra sulla ricandidatura di Schifani per il 2027. Se il partito non è più suo, la strada per il secondo mandato diventa improvvisamente più ripida e soggetta al via libera di una coalizione che ora vede in Forza Italia un interlocutore diverso, forse più aperto a nuovi scenari.

Forza Italia in Sicilia smette di essere il partito del Presidente per tornare a essere il partito di Tajani. Per Schifani, la sfida ora si sposta tutta sul piano del governo regionale: dovrà dimostrare che la sua forza risiede nei risultati amministrativi, perché la rete di protezione politica che lo avvolgeva si è fatta improvvisamente più larga e meno rassicurante. In Sicilia, quando Roma decide di aiutare un coordinatore regionale cambiandogli ufficio, raramente è per premiarlo. È quasi sempre per riaprire i giochi.


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