Natale, quando la decorazione scade nel tasciume Illuminato ogni angolo, tranne quello del buon gusto

Parafrasando la nota legge di Murphy (non Eddie, protagonista del vero motivo per cui vale la pena festeggiare il Natale – ovvero Una poltrona per due e rigorosamente su Italia1): se il palermitano può rendere qualcosa tascio, lo farà sicuramente. D’accordo, le festività andranno pure celebrate, ma le decorazioni sparse per la città per lo più hanno poco dell’eleganza e molto del tamarro. 

Se il Comune, come istituzione, in fondo si è mantenuto sobrio lungo l’asse di Corso Vittorio Emanuele e via Maqueda – qualche dubbio permane sul gioco di luci che campeggia a piazza Pretoria, dove nel corso della notte orde di punkabbestia vengono attratti dalle luci simil rave – sono i singoli ad averci dato dentro. Soprattutto gli esercenti commerciali, che avranno preso allo stock le stesse luci: un tripudio di luci, fili pericolosamente appesi ad altezza uomo, scatoloni illuminati, stelle polari. Il più esagerato come al solito Nino Ballerino che, lungo la strada che solo occasionalmente viene chiamata corso Finocchiaro Aprile ma che è in realtà è per i turisti «the street where there is Nino», ha stabilito un arco di trionfo del tascio che suppergiù avrà il consumo elettrico del Bangladesh. 

Una lunga sequenza di obbrobri che lascia un punto interrogativo, anche quello da illuminare a festa. Il noto ideologo della provincia Max Pezzali qualche anno fa realizzò una smielata canzone intitolata Le luci di Natale dove le suddette «colorano  quello che accarezzano» e «riscaldano quello che attraversano». Ecco, a Palermo le luci di Natale ti schiaffeggiano, ti fanno la tac, ti mandano a fuoco gli occhi, ti bruciano i residui del buon gusto.


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