Urla, flash, frasi sconnesse e occhi lucidi. Tutti pronti a vedere e farsi notare dal cantante, ormai anche personaggio mediatico, che con Catania ha concluso il suo tour di presentazione del libro In pArte Morgan. «Persona o personaggio? Il personaggio è nei romanzi, io sono me stesso. Ma in fondo, chi è me stesso?»
Morgan al Monastero: un pomeriggio di ordinaria isteria
Quando Morgan, al secolo Marco Castoldi, è entrato nell’Auditorium dell’ex Monastero dei Benedettini venerdì scorso, si potevano distintamente sentire accaldate vocine femminili squittire frasi che non si discostavano troppo dal “che ci posso fare se lo amo?”. Un esercito di ragazzine sbottava “Ti devi spostare da lì, se non l’hai capito! Non vedo Morgan!” contro i giornalisti che cercavano di fare il proprio lavoro, coprendo per qualche minuto l’eclettico ed egocentrico leader dei Bluvertigo.
Tripudio di flash, in un pomeriggio di ordinaria isteria causata dalla celebrità che, per gioco e per forza, si mette a parlare con gli studenti per fini, non dimentichiamolo, prettamente commerciali.
E’ uscito a fine 2008 il libro “In pArte Morgan”, interviste notturne del giornalista Mauro Garofalo alla persona/artista Marco Castoldi/Morgan, un viaggio continuo e profondo alla scoperta dei gusti musicali, letterari, artistici e filosofici di una delle personalità più controverse del panorama televisivo italiano.
«De Andrè era uno totalmente disinteressato di qualsiasi cosa. Un uomo intelligente, forse troppo, che però era incoerente con le sue canzoni. Lui era totalmente disinteressato dell’umanità ed è forse per questo che riusciva a descriverla così bene», questa risposta è stata data ad una domanda che non si è riusciti a sentire a causa del forte brusio e del pessimo audio all’interno dell’auditorium. Le parole di Marco Castoldi hanno provocato malcontento in mezzo al pubblico. Il cantautore di Monza spiega che vi è una sostanziale diversità tra il mito e la persona. Ciò che lui contesta a De Andrè è l’incoerenza tra le sue canzoni e la sua vita, che non seguiva alcun criterio etico. Di certo, un’affermazione impopolare che Morgan spiega con un altro esempio: «Pensate a John Lennon: chiedete a suo figlio che padre fosse». E la platea si placa.
Step1, lavorando in sinergia con Radio Zammù, è riuscito a fare qualche domanda al giudice di X-Factor, e perfino a fargli cantare qualche strofa di “Libertà”, perché Gaber fa sempre un certo effetto.
Ti citiamo: «Il mio mestiere è uno spazio da gestire in modo libero». Cos’è la libertà per un artista?
«La mia libertà è che tu faccia quello che vuoi. La mia libertà inizia dove finisce la tua, e viceversa. Non è una banalità, perché non è una cosa vuota, ma da capire fino in fondo. Consideriamo l’anarchia: l’idea dell’anarchismo impone una moralità altissima, perché stare in una società – e la parola società, di per sé, esula dall’anarchia – o in un gruppo di persone senza precetti, leggi, norme o qualcosa di costituito che descriva i confini comportamentali è rischioso. Se sono individui eticamente evoluti non lederanno la libertà altrui; se sono dei bruti senza la sensibilità dell’esistenza dell’altro rendono necessario l’intervento della legge. Banale per quanto si voglia, il rispetto degli altri è la libertà».
I tuoi pezzi sono ricchissimi di citazioni letterarie. Le espliciti tutte?
«No. Ci sono delle mie canzoni che sono veramente dei tracciati, delle crittografie mnemoniche, come si direbbe nella Settimana Enigmistica, perché sono piene di questo tipo di riferimenti o di giochi enigmistici. E’ un modo di scrivere testi che m’interessa molto».
Per la gioia della Google generation…
«La Google generation? Chi è? Bè, io non la vedo così. Cioè: ormai è ovvio che siamo tutti della Google generation, ma allora siamo anche della sunglasses generation e della jacket generation. Qualsiasi cosa facciamo è una generazione. E poi… Perché proprio Google? Perché non Yahoo? O Virgilio? Io ricordo Altavista. Sono dell’Altavista generation. Anzi, meglio ancora, della Atari generation. Non esistono generations, esistono persone».
Persone, un termine che ritorna anche nelle parole di Mauro Garofalo, intervistato nella calca in uscita dall’Auditorium.
«Scrivere questo libro, in notturna, ha scombussolato tantissimo la mia vita. I percorsi interiori Milano-Monza erano tracce che passavano dalle strade ai pensieri, che legavano l’artista alla persona, nel tentativo di conciliare le due parti».
Nella canzone “Le arti dei miscugli”, Morgan parla di agathodemone e kakodemone. Secondo te, che l’hai conosciuto, lui è più l’uno o l’altro?
«Probabilmente entrambi».
Un demone buono e un demone cattivo, in una persona sola col cerone in faccia e la matita nera che cola sotto gli occhi.
[Video di Daniele Palumbo]