Bambini di ferro, intervista a Viola Di Grado «Creo madri robot per società senza amore»

«Il Giappone è la mia patria dell’anima, il posto dove ho studiato per quasi un anno e l’unico Paese in cui poteva essere ambientata una storia che racconta di una realtà alienata». La scrittrice ventinovenne Viola Di Grado – laureata in Filosofie dell’Asia orientale – non ha dubbi. Il suo ultimo romanzo Bambini di Ferro (La Nave di Teseo, Collana Oceani) – presentato a Catania lo scorso 22 maggio all’interno della rassegna di RadioLab Leggo. Presente Indicativo – non poteva che avere come sfondo il Giappone, un luogo dove spesso ad accogliere i pellegrini nei templi sono dei robot. «Una pratica che da noi sarebbe impensabile – commenta la scrittrice catanese – perché non corrisponde affatto alla nostra idea di accoglienza». 

L’autrice di Settanta Acrilico Trenta Lana – vincitore del premio Campiello opera prima e del premio Rapallo Carige opera prima – e di Cuore Cavo, ha presentato la sua ultima fatica a Catania, una città a cui non sente di appartenere in modo viscerale, visto che le esperienze più importanti e gli incontri che l’hanno segnata sono avvenuti al di fuori dell’isola, dove però la giovane si è formata. La passione per la scrittura probabilmente le scorre nelle vene fin da bambina ed è stata coltivata negli anni anche grazie alle influenze del papà e della mamma scrittrice. Lui è il docente di Letteratura italiana al dipartimento di Scienze umanistiche di Unict Antonio Di Grado, mentre la madre è Elvira Seminara. «Credo che il modo in cui si cresce – dice – influenzi in qualche modo quello che siamo».
Ma è lontano dal sole e dal mare che nascono le storie che racconta ai lettori, come quella di Sumiko

«In realtà sono i personaggi più autentici – chiarisce la scrittrice – perché sono quelli che, alienandosi da una società alienata, si avvicinano di più al mondo dei sentimenti».
Un mondo che non viene più preso in considerazione da una collettività che punta tutto su un programma di accudimento materno artificiale, il cui fallimento ha generato, appunto, dei bambini difettosi. Una madre che dà amore dovrebbe creare adulti più felici, ma non tutto, si scopre alla fine, va per il verso giusto. «La perversione dell’esperimento era cercare di creare un amore perfetto – spiega Di Grado – che ovviamente non può esistere, soprattutto in un posto come il Giappone dove ci sono solitudine e suicidi».
Ma proprio i giapponesi – aggiunge poi l’autrice siciliana – stanno amando molto Bambini di ferro, perché rispecchia la loro realtà e ci si ritrovano così tanto da non suscitare in loro stupore l’invenzione delle madri robot «create per vivere in una società dove non si riesce più a dare amore spontaneo».


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