Benvenuti nel consueto teatro della politica siciliana: mentre l’Isola continua a confrontarsi con problemi concreti come siccità, infrastrutture carenti e difficoltà nella sanità, nel centrodestra sembra prevalere ancora una volta la logica delle schermaglie interne e delle prove di forza politiche. L’ultima puntata della telenovela va in scena sull’asse Roma-Palermo e ha come protagonisti Matteo […]
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Schifani, Salvini e FdI: il braccio di ferro che agita il centrodestra in Sicilia
Benvenuti nel consueto teatro della politica siciliana: mentre l’Isola continua a confrontarsi con problemi concreti come siccità, infrastrutture carenti e difficoltà nella sanità, nel centrodestra sembra prevalere ancora una volta la logica delle schermaglie interne e delle prove di forza politiche. L’ultima puntata della telenovela va in scena sull’asse Roma-Palermo e ha come protagonisti Matteo Salvini, il governatore forzista Renato Schifani e gli alleati-coltelli di Fratelli d’Italia. Il menù del giorno prevede: un aeroporto fantasma ad Agrigento calato dall’alto, veti incrociati e un fragoroso tintinnio di sciabole che profuma di elezioni anticipate.
Il miraggio di Agrigento: Salvini e l’aeroporto fatto in casa
L’innesco della bomba è, manco a dirlo, una delle classiche sparate propagandistiche del ministro delle Infrastrutture. Matteo Salvini, con la consueta foga da campagna elettorale permanente, decide unilateralmente che Agrigento deve avere il suo aeroporto. Una mossa annunciata senza concordare nulla con Palazzo d’Orléans.
La reazione di Schifani? Un capolavoro di burocratese democristiano volto a mascherare l’irritazione: «Chiediamo dati concreti, coperture e sostenibilità», frena il governatore, ricordando implicitamente al ministro che la programmazione aeroportuale spetterebbe, teoricamente, alla Regione. Ma a Salvini della pianificazione frega poco: giovedì sarà nella Città dei Templi per sventolare il progetto a sostegno del candidato sindaco della Lega. Prima i voti, poi, forse, gli aerei. Poco importa se la Sicilia ha già scali che faticano a fare rete e se le ferrovie puntano al futuro al passo delle lumaca.
FdI e Lega aprono il fuoco: «O si cambia passo o si va al voto»
La vera tempesta non arriva però dal cielo di Agrigento, bensì dai palazzi di Palermo, dove Fratelli d’Italia e Lega hanno deciso che il tempo della convivenza pacifica con il centrismo schifaniano è scaduto. Le dichiarazioni delle ultime 24 ore sono un vero e proprio ultimatum al presidente della Regione.
I big meloniani, da Giovanni Donzelli a Carolina Varchi, spalleggiati dal coordinatore regionale Luca Sbardella e dal capogruppo all’Ars Giorgio Assenza, sono stati chiarissimi: «Noi non governicchiamo». Tradotto dal politichese: la Regione Siciliana non può essere gestita in solitaria da Schifani e dai suoi fedelissimi (magari strizzando l’occhio ai centristi di Cuffaro e Lombardo), lasciando a FdI il ruolo di passacarte. «All’Ars si prendono schiaffi in faccia, riflettiamo. O si svolta, o a casa», tuonano i leghisti con Vincenzo Figuccia.
Il messaggio recapitato a Schifani è brutale: ci vuole un rimpasto serio e non di facciata, un cambio di passo immediato e una redistribuzione del potere. E se il governatore decidesse di arroccarsi? Nessun problema, i patrioti sono pronti a staccare la spina anche a costo di provocare elezioni anticipate. Un azzardo mica da poco, considerando che mancherebbe solo un anno alla scadenza naturale della legislatura, ma che dimostra quanto i nervi siano scoperti.
La strategia del logoramento: da Roma a Palermo
Chi pensa che si tratti di una bega puramente locale commette un errore imperdonabile. Dietro i continui scivoloni del governo Schifani all’Ars, dove la maggioranza è andata sotto ripetutamente persino sulle variazioni di bilancio, c’è la sapiente regia dei vertici romani di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni e i suoi non hanno mai digerito del tutto la candidatura di Schifani, imposta a suo tempo da Silvio Berlusconi dopo il siluramento di Nello Musumeci. Ora che i rapporti di forza sono totalmente sbilanciati a favore di FdI, il partito della premier vuole incassare il dividendo politico. L’obiettivo minimo è commissariare l’azione del governatore; quello massimo è logorarlo al punto da imporre un candidato patriota alla prossima tornata, che sia nel 2027 o, se la crisi precipita, già tra qualche mese.
Nel frattempo, la Sicilia resta immobile. Tra un aeroporto che non nascerà mai e una poltrona da spartire, i siciliani assistono all’ennesimo, stucchevole regolamento di conti.