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Arbëreshë di Sicilia, la lingua e la cultura che rischiano di spegnersi

Sei secoli di storia, tradizioni custodite nel tempo e una lingua che oggi rischia lentamente di scomparire. Il tema torna al centro del dibattito grazie al disegno di legge regionale presentato all’Ars a tutela delle comunità arbëreshë siciliane. Il ddl è nato con l’obiettivo di recepire in Sicilia la legge nazionale 482 del 1999 sulle minoranze linguistiche storiche. Il provvedimento punta a rafforzare gli strumenti di tutela per le comunità albanofone sull’isola. Riconoscendo il valore linguistico, culturale e storico di una minoranza che, da secoli, è parte integrante dell’identità italiana. Eppure appare chiaro come il solo riconoscimento normativo non basti, senza un piano concreto di interventi sul territorio, nelle scuole e nelle istituzioni locali.

Le comunità storiche e il rischio di perdere la lingua

Le comunità arbëreshë riconosciute dalla normativa nazionale in Sicilia sono cinque: Piana degli Albanesi, Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano e Santa Cristina Gela. Tuttavia, come ha spiegato a MeridioNews Matteo Mandalà, docente dell’Università degli Studi di Palermo, non tutte conservano ancora oggi la lingua originaria. Se, infatti, in alcuni centri, l’arbëreshë continua a essere parlato quotidianamente, in altri la trasmissione linguistica si è ormai interrotta da tempo.

«A Palazzo Adriano e Mezzojuso la lingua è stata perduta – osserva Mandalà -. Rimane il desiderio di recuperarla, ma far rivivere una lingua che non viene più parlata naturalmente, all’interno della comunità, è estremamente complesso». Gli arbëreshë sono presenti in Italia da circa seicento anni e, con il tempo, hanno sviluppato forme linguistiche proprie. Arricchite da influenze locali, ma ancora profondamente legate alla matrice albanese originaria. Una trasformazione che, secondo il professore, rappresenta un processo naturale delle lingue vive e non una perdita di autenticità culturale.

Le minoranze dimenticate e il caso delle comunità gallo-italiche

In Sicilia ci sono anche altre minoranze che meritano di essere tutelate e oggi, invece, non sono neanche riconosciute ufficialmente. Si tratta delle comunità gallo-italiche, mai inserite tra le minoranze linguistiche riconosciute nell’ordinamento siciliano, in cui figura soltanto quella arbëreshe. Le cosiddette parlate gallo-italiche di Sicilia sono antiche isole linguistiche, diffuse soprattutto tra le province di Messina ed Enna. E nate durante il periodo normanno grazie all’arrivo di popolazioni dal Nord Italia, in particolare da aree piemontesi, liguri e lombarde. Ancora oggi queste comunità conservano tratti linguistici molto differenti dal siciliano tradizionale. Tra i centri più noti figurano San Fratello, Novara di Sicilia, Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone.

Mandalà ha ricordato anche come il linguista Tullio De Mauro avesse espresso rammarico per la mancata inclusione di queste comunità nella legge sulle minoranze linguistiche storiche. «È stata una lacuna gravissima», afferma il docente. Sottolineando come l’assenza di una normativa regionale organica abbia finito per lasciare prive di adeguata tutela realtà linguistiche considerate di grande valore storico e culturale.

«Il rischio che oggi accomuna sia le comunità arbëreshë che quelle gallo-italiche è lo stesso – sottolinea ancora Mandalà -. Lo spopolamento dei piccoli centri, la perdita progressiva della trasmissione linguistica familiare e la mancanza di politiche culturali strutturate, capaci di garantire continuità a patrimoni identitari che fanno parte della storia della Sicilia».

Il bilinguismo come ricchezza culturale

Il problema principale riguarda oggi il progressivo abbandono della lingua da parte delle nuove generazioni. «Quasi il 90 per cento dei bambini nelle scuole materne parla soltanto italiano», denuncia Mandalà. Attribuendo parte della responsabilità a una diffusa perdita di prestigio sociale della lingua minoritaria. Molte famiglie, infatti, finiscono per scoraggiare l’uso dell’arbëreshë, convinte erroneamente che il bilinguismo possa rappresentare un ostacolo nella formazione dei figli.

«È un grave errore culturale – aggiunge – perché conoscere più lingue significa avere più strumenti per comprendere il mondo. Ogni lingua offre una chiave diversa di lettura della realtà». Per il docente universitario manca ancora una reale consapevolezza del valore culturale e cognitivo del bilinguismo. Per questo la tutela delle comunità arbëreshe non può ridursi a un riconoscimento simbolico. Ma tradursi in politiche concrete: insegnanti specializzati, materiali didattici adeguati, percorsi scolastici strutturati e un maggiore investimento istituzionale. Negli anni, l’università di Palermo ha formato numerosi studenti in lingua albanese, ma molti di loro oggi lavorano fuori dalla Sicilia insegnando altre materie. Mentre nelle comunità arbëreshe mancano proprio i docenti specializzati necessari alla trasmissione linguistica.

Il ruolo dell’Unione dei Comuni Besa

Sul fronte istituzionale, a rilanciare il ruolo delle comunità arbëreshë è oggi l’Unione dei Comuni Besa, organismo che riunisce i cinque comuni storici arbëreshe della provincia di Palermo. «Per anni l’Unione è rimasta bloccata da problemi burocratici e amministrativi, ma finalmente siamo riusciti a riattivarla – spiega il presidente Leonardo Spera -. L’obiettivo è costruire una rete stabile di valorizzazione culturale capace di promuovere non solo la lingua, ma anche il patrimonio artistico, religioso e identitario delle comunità».

«La specificità dell’essere arbëreshë rappresenta una ricchezza per tutta la Sicilia», dichiara, ricordando il valore di tradizioni greco-bizantine, chiese, iconografia religiosa e usi tramandati nei secoli. Un patrimonio che, secondo il presidente dell’Unione Besa, deve essere sostenuto attraverso una collaborazione costante tra istituzioni locali, università e realtà religiose. In quest’ottica il ddl regionale può rappresentare un passo importante, anche grazie ai fondi stanziati recentemente dalla Regione Siciliana. «Una legge organica sarebbe fondamentale per recepire pienamente la normativa nazionale sulla tutela delle minoranze linguistiche – spiega Spera-. Ma è importante che venga costruita insieme ai territori e ai Comuni interessati».

La sfida per il futuro degli arbëreshë di Sicilia

Accanto alla tutela linguistica resta, però, il problema più ampio dello spopolamento dei piccoli centri interni. «Quando un paese viene musealizzato – osservato amaramente Mandalà – significa che rischia già di essere morto». Una riflessione che lega il futuro della lingua arbëreshë in Sicilia non soltanto alle scuole, ma anche alla capacità delle comunità di continuare a vivere socialmente ed economicamente. Per studiosi e amministratori locali la sfida dei prossimi anni sarà proprio evitare che la cultura arbëreshe diventi soltanto memoria folkloristica. E trasformare, invece, la tutela linguistica in uno strumento reale di identità, formazione e sviluppo territoriale.


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