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La cenere dell’Etna in bottiglietta: «Souvenir per i turisti da usare come fertilizzante»

Imbottigliare la cenere dell’Etna. Niente a che vedere con l’aria di Napoli venduta in barattoli o scatole di latta. «Dietro la mia idea non c’è solo un aspetto simbolico ma anche e soprattutto dei risvolti pratici». Lo afferma con convinzione parlando a MeridioNews Giuseppe Tizza. Originario di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, da oltre vent’anni vive in Germania. Adesso che è in pensione si dedica a cercare di fare diventare concreta la sua intuizione. «Creare delle piccole bottigliette con dentro cenere dell’Etna da offrire ai visitatori non solo come ricordo autentico di esperienza sul vulcano e memoria del viaggio ma anche come elemento da utilizzare come fertilizzante anche una volta lontano dalla montagna».

Le bottigliette di cenere dell’Etna

Una proposta rivolta in modo particolare ad agenzie turistiche, tour operator o organizzazioni locali che potrebbero anche personalizzare le bottigliette di cenere dell’Etna con il proprio logo. Un’idea tanto semplice quanto innovativa «che – spiega Tizza al nostro giornale – unisce ambiente, agricoltura, sostenibilità, turismo e valorizzazione del territorio siciliano». Dove, del resto, si producono eccellenze dal gusto inconfondibile: dal pistacchio di Bronte ai vini dell’Etna, dal miele vulcano agli agrumi. «I terreni ricchi di minerali vulcanici conferiscono ai prodotti un sapore unico. La mia idea è che, una volta tornati a casa – sottolinea Giuseppe Tizza – i turisti possano utilizzare la cenere su piante aromatiche, ortaggi e vasi che tengono in casa». Insomma, provare a esportare il gusto dell’Etna anche altrove.

«Non è un pericoloso prodotto da smaltire»

Anche se da oltre un ventennio vive in Germania, non c’è estate che Giuseppe Tizza non trascorra in Sicilia. «L’idea delle bottigliette con la cenere dell’Etna ha preso forma, in particolare – racconta – quando cadeva copiosa dal cielo e ne ho visti grandi quantitativi per le strade di Catania e dintorni». Un elemento prezioso che diventa un problema da gestire. «Non si sa cosa farsene, dove metterla e viene trattata – lamenta – alla stregua di un pericoloso prodotto da smaltire». Tra l’altro con costi esorbitanti per pulizia e smaltimento (si è arrivati anche a superare i 40 milioni di euro) e la politica spesso impreparata a gestire la questione trattata come emergenza.

«Quando, invece – sottolinea Tizza – potrebbe essere una risorsa. Esattamente come in altri paesi vulcanici del mondo, come l’Islanda, l’Indonesia o il Giappone, dove le ceneri vengono studiate e commercializzate per la loro speciale fertilità». La cenere dell’Etna – aggiunge – sarebbe ottima da utilizzare come fertilizzante completamente naturale, senza bisogno di dannose aggiunte chimiche. «Per fare questo, però, ancora prima che le leggi – fa notare Tizza – bisognerebbe cambiare certe mentalità. Solo così si potrebbe esportare il gusto dell’Etna anche altrove. Con un souvenir – conclude – che diventa vera promozione del territorio».


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