Le dispute per la «roba» con il fratello, la delusione per non vedere riconosciuta la propria caratura mafiosa, nonostante il battesimo con la punciuta, e le confessioni «ossessive» alla moglie. C’è questo e molto altro nella ricostruzione fornita dagli inquirenti su Mario Gennaro: agricoltore, imprenditore vitivinicolo, ma anche tra i personaggi chiave dell’inchiesta della Direzione […]
Mafia, il rito della punciuta al cospetto di Totò Riina: «Così sono entrato nell’onorata società»
Le dispute per la «roba» con il fratello, la delusione per non vedere riconosciuta la propria caratura mafiosa, nonostante il battesimo con la punciuta, e le confessioni «ossessive» alla moglie. C’è questo e molto altro nella ricostruzione fornita dagli inquirenti su Mario Gennaro: agricoltore, imprenditore vitivinicolo, ma anche tra i personaggi chiave dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sulla famiglia mafiosa di Corleone. Gennaro, martedì, è finito in carcere insieme al fratello Giovanni e a Mario Grizzaffi, nipote di Totò Riina accusato di essere il reggente mafioso di Cosa nostra nel mandamento. Nell’elenco dei destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare figurano anche altri due parenti di Gennaro: lo zio Liborio Spatafora e il cugino Francesco, entrambi ai domiciliari. Una fitta rete di legami che, secondo i magistrati, rimanda a una mafia rurale che continua a esercitare il proprio potere sul territorio alla vecchia maniera.
La punciuta e l’ingresso «nell’onorata società»
Un passato, quello di Cosa nostra, spesso rievocato da Giordano con un velo di nostalgia. Nei documenti dell’inchiesta è lo stesso uomo a raccontare alla compagna il suo ingresso «nell’onorata società», richiamando il rito di affiliazione a Cosa nostra, la cosiddetta punciuta. Una cerimonia segreta il cui ricorso, con il tempo, si è progressivamente attenuato, ma che il 54enne ripercorre più volte nei dialoghi intercettati dagli inquirenti. La sua affiliazione sarebbe avvenuta al compimento dei 18 anni, nel 1990: «Era vivo lui ed è venuto a farmi entrare nella società». Il «lui» citato, secondo i pm, sarebbe proprio Totò Riina, il boss stragista originario di Corleone e all’epoca latitante. Insieme al capo dei capi ci sarebbero stati anche Mario Grizzaffi e lo zio di Gennaro, l’80enne Liborio Spatafora. «Mi bucarono lui e mio zio Lillo – racconta – avevo 18 anni e la prima operazione doveva essere tirarci in testa a uno», ossia commettere un omicidio sparando alla testa della vittima. Un rito mafioso che però l’uomo non avrebbe portato a termine «perché hanno risolto la cosa», spiegava.
L’assenza della Santuzza e la militanza in Cosa nostra

Giordano, nel suo racconto, soddisfa anche la curiosità della compagna riguardo all’eventuale presenza della «Santuzza» durante il rito di iniziazione. Il riferimento è all’immagine sacra, raffigurante la Madonna, imbrattata con il sangue fuoriuscito dal dito punto e poi bruciata tra le mani del nuovo affiliato. «Non ci fu la Santuzza – spiegava – parlando del battesimo vero e proprio. L’ho fatto davanti a quello che è venuto a casa nostra».
Lo status di uomo d’onore, però, seguendo i capitoli di questa storia ricostruiti nell’indagine, non sarebbe bastato a Mario Gennaro per ottenere il supporto dello zio e del reggente del mandamento nella disputa economica con il fratello. Un’insofferenza più volte manifestata nei dialoghi con la compagna, in cui l’uomo sottolineava la sua lunga militanza nel feudo di Cosa nostra a Corleone. «Se c’è da fare qualche mala azione poi vengono da me – spiegava, riferendosi agli ordini impartiti ed eseguiti –. A tutti! Ho accontentato tutti. Quando sono stati in galera… quando hanno fatto… ero a disposizione. Mario sempre a disposizione. Mario non ha sbagliato mai, né a comportarsi con la gente né con nessuno». Un concetto ribadito più volte: «A me nessuno può dire nulla nella società. Io sono abituato a tutto. E davanti alla società ho fatto sempre ciò che mi tocca».
Le fedeltà
Ma cosa si riferisce Gennaro quando fa riferimento alla sua fedeltà alla causa mafiosa? La risposta, secondo gli inquirenti, la fornisce lui stesso durante i continui e lunghi sfoghi con la compagna, non curante della presenza di uno spyware nel cellulare. Viene citato di tutto, comprese azioni di prepotenza e vendette per questioni sentimentali portate a termine con un trattore, usato per sfondare la vetrina di un parrucchiere a Corleone. C’è poi un furto di paletti o quello, su commissione, di alcuni tubi per l’irrigazione. Un incendio doloso e il furto del frumento ai danni di una cooperativa che lavorava in un immobile confiscato proprio alla famiglia mafiosa dei Grizzaffi. Nell’elenco pure la coltivazione di centinaia di piante di marijuana e il recupero di venti milioni di Lire che, nel 1998, sarebbero dovuti andare a Ninetta Bagarella, moglie di Riina, per «pagare le spese».