Duilio Cambellotti: un artista a servizio della Provincia di Ragusa

Nel 1926, in pieno regime Fascista, Ragusa diventa provincia autonoma, svincolandosi pertanto dalla tutela di Siracusa. È allora che il senatore Filippo Pennavaria, membro attivo del fascio siciliano ibleo, decide di dotare la neonata provincia di un palazzo di governo degno dell’ importanza e autorevolezza di una città capoluogo. Il progetto della Prefettura viene dunque affidato all’architetto Ugo Tarchi, il quale dirigerà i lavori dal 1929 al 1931 in qualità di ‘collaboratore artistico di Pennavaria’. Alla consegna dei lavori nasce l’ esigenza della decorazione degli interni del palazzo e così nel maggio 1932 viene deliberata la gara di appalto per la decorazione a ‘buon fresco’ dei tre saloni principali. Al bando di gara viene data una parvenza di ufficialità, invitando dieci diversi concorrenti a presentare ognuno i propri bozzetti preparatori. In realtà, però, la commissione giudicatrice aveva già in mente, ancor prima di esaminare le varie proposte dei candidati, il nome del vincitore: Duilio Cambellotti. L’artista capitolino di formazione autodidattica e poliedrica, con il suo interesse viscerale per il ‘vero popolare’ e dallo stile essenziale e visualmente comunicativo, ben rispondeva di fatto alle esigenze e alle intenzioni dell’amministrazione committente. La delibera del 28 gennaio 1933, individuando un compenso di 125,000 LIRE per la committenza, affida pertanto al Cambellotti i lavori di decorazione dei tre saloni principali del Palazzo della Prefettura di Ragusa. Secondo le intenzioni dell’amministrazione ragusana tali affreschi avrebbero dovuto celebrare i fasti nazionali e locali del fascismo e per questo motivo furono indicati come temi della pittura la Vittoria di Vittorio Veneto e la Marcia su Roma. Nonostante l’artista non condividesse a pieno l’ imposizione della tematica delle raffigurazioni, egli riuscirà con sobria eleganza e giuste proporzioni a dipingere gli affreschi nel migliore dei modi. Prova ne è il fatto che, entrando in quei suntuosi saloni di rappresentanza, l’occhio del visitatore non è affatto turbato o infastidito dalle arroganti ed efferate gesta del fascismo, ma ha come la naturale sensazione di leggere alcune pagine della storia italiana di quel ventennio. Cambellotti, però, amplia il progetto iniziale specie per quanto riguarda la sala da pranzo e la sala del camino, ove alle magnificazioni del regime fascista si sostituiscono splendide immagini che evocano la rigogliosità e le bellezze del territorio ibleo. In queste sale la pittura di Cambellotti sembra piuttosto un inno alla campagna ragusana rappresentata attraverso tutte le sue componenti naturali che la caratterizzano: ecco, quindi, l’arancio, la vite, i fichidindia, il mandorlo in fiore, l’ulivo, il carrubo, la pergola di zibibbo, i cavalli bradi, i muri a secco e l’aratro. Al contempo, buona parte dei suoi affreschi è anche dedicata alla parte nuova della città (Ragusa superiore) e alla celebrazione delle arti e dei mestieri ragusani: la veduta dei tetti color giallo ocra da cui si stagliano imponenti i campanili delle chiese è infatti delimitata da fregi monocromi che decantano le attività dell’economia locale, ovvero l’industria asfaltica, il lavoro dei campi e la lavorazione delle ceramiche. L’esecuzione obbligata della tematica fascista non rappresenta però l’unico vincolo che in qualche modo pose un freno alla libertà artistica del Cambellotti. Egli dovette infatti adattare i suoi affreschi in ambienti già esistenti e quindi fare i conti anche con l‘impronta architettonica data da Tarchi, di cui l’artista romano talvolta non condivideva il pavimento troppo vistoso o le porte neogotiche. Qualcosa da ridire ebbe Cambellotti anche in ordine alla tecnica pittorica indicata nella delibera di appalto. Secondo lui, infatti, la tempera doveva essere preferita all’affresco in quanto garantiva una durata più lunga (almeno dieci anni) ed una gamma più ampia di colori disponibili. Il nome di Cambellotti, tuttavia, non è legato alla città di Ragusa esclusivamente per gli affreschi del Palazzo della Prefettura. L’abile mano dell’artista è anche riconoscibile in alcuni pastorali vescovili della Diocesi ragusana e in particolar modo nelle luminose vetrate della chiesa dell’ Ecce Homo. Realizzate solo successivamente (1953), esse testimoniano la predilezione del Cambellotti per questo genere di arte applicata in cui l’imperante filo di piombo si adagia su linee morbide tipiche ‘Art Nouveau’. Insomma, il contributo artistico che Duilio Cambellotti ha offerto alla città di Ragusa sembra proprio essere di grande rilievo e come tale è stato riconosciuto, purtroppo, solo di recente. Per molti anni, infatti, dopo la caduta del fascismo i suoi affreschi nel Palazzo della Prefettura sono stati coperti da pesanti teloni per sottrarli alla sensibile critica degli antifascisti, la cui fanatica furia avrebbe sicuramente distrutto. Solo da alcuni anni le pareti cambellottiane hanno rivisto la luce e sono nuovamente divenute patrimonio artistico della cittadinanza.


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