Agrigento, i rischi del ponte costruito sulla necropoli
Anas: «È sotto controllo e presto partiranno i lavori»

Concetta Purrazza

Cronaca – Il viadotto Moranti collega il capoluogo a Porto Empedocle. In molti, però, da tempo preferiscono evitarlo. «C'è il vuoto dentro i piloni, il cemento è scoppiato e ha portato fuori il ferro», denuncia l'associazione Mareamico. Che sottolinea come l'infrastruttura sia stata realizzato su un sito archeologico. Guarda il video

Cemento sgretolato, armature metalliche scoperte, vuoti all’interno dei piloni, caduta di calcinacci. Sono queste le condizioni in cui versa il viadotto Morandi, un’arteria lunga circa tre chilometri che collega Agrigento a Porto Empedocle. «Fa veramente paura», dichiara Claudio Lombardo, responsabile dell’associazione Mareamico, che in un video denuncia il degrado del cavalcavia. «C’è il vuoto dentro i piloni - denuncia -. Il cemento è scoppiato e ha portato fuori il ferro che a contatto con le intemperie si è ossidato più velocemente. Il problema è che il calcestruzzo viene molto spesso miscelato con sabbia di mare piuttosto che con quella proveniente dai fiumi e questo aumenta l’erosione».

Sulle precarie condizioni del ponte era intervenuta, due anni fa, l’ Anas che lo aveva chiuso per accertamenti e verifiche per poi riaprirlo restringendo la carreggiata e vietando il traffico ai mezzi pesanti. Accorgimenti che secondo Lombardo non sono bastati a risolvere il problema. «La causa principale - sostiene - è che non viene fatta la manutenzione ordinaria e straordinaria». Ad accelerare il degrado anche il fatto che il viadotto si trova in prossimità del mare. «Il nostro studio sui viadotti - spiega l’ambientalista - ha dimostrato che il sale marino provoca seri fenomeni di corrosione come abbiamo visto, in passato, per il ponte Spinola sulla statale 115».

Parecchia la preoccupazione e la paura da parte degli automobilisti che preferiscono percorre strade alternative. Sui social sono in tanti a sfogarsi: «Vogliono farci provare il brivido del volo?», scrive qualcuno. «Aspettano i morti», replica un altro. E ancora: «Perché non si chiude? Si aspetta la disgrazia?». Numerose anche le reazioni di coloro che si indignano per il fatto che i piloni del viadotto, costruito dopo la frana del 1966 di Agrigento, poggiano sulla necropoli greca di contrada Pezzino. «Va eliminato, è un’opera abusiva», si legge sui social. E c’è chi addirittura propone «una petizione per buttarlo giù e raderlo al suolo perché è uno scempio e una offesa alla bellezza della nostra città». Anche il referente Mareamico, tramite Merdionews, lancia una proposta: «Il viadotto è gravemente deteriorato e non abbiamo idea di quanto costerà metterlo in sicurezza. Invece di spendere tanti soldi, non sarebbe il caso di abbatterlo e ripristinare l'integrità paesaggistica della valle?»

E mentre cittadini e ambientalisti chiedono che venga fatta chiarezza sulla vicenda, arriva la risposta dall’ufficio stampa dell’Anas. «È di prossimo avvio - annuncia l’ente - un ulteriore intervento che prevederà il risanamento delle travi esterne ammalorate e il ripristino della precompressione con cavi esterni. La gara verrà aggiudicata in questa settimana per un importo di 480mila euro e la durata dei lavori è fissata in 160 giorni. Nella programmazione Anas - continua il comunicato - sono inoltre previsti ulteriori interventi di ripristino, sia sulle pile sia sull'impalcato dell'opera, per complessivi 25 milioni di euro».

Intanto i timori per gli automobilisti restano ma l’Anas assicura che « il ponte è soggetto a monitoraggio continuo da parte dei tecnici, per garantirne la percorrenza in sicurezza nelle attuali condizioni di esercizio». Per l’ente la situazione sembrerebbe sotto controllo, soprattutto perché «sulla base degli accertamenti effettuati sul viadotto nel 2015, per verificare le condizioni di degrado dei materiali, sono stati programmati i necessari interventi di manutenzione straordinaria per il pieno ripristino della funzionalità dell'opera. I primi interventi urgenti hanno riguardato la protezione dei cavi di precompressione in alcuni punti particolarmente esposti, al fine di limitare - conclude l'Anas - l’esposizione agli agenti atmosferici, e dunque, il progredire della corrosione».