Watchmen: chi guarda i guardiani?

Nel 1986 una delle case di produzione americane più grandi fa uscire il primo volume di un quantomeno curioso albo a fumetti. Curioso perché già dalla copertina si presentava quantomeno come fuori da ogni schema. Ricordo che, trovatolo in edicola (mi riferisco all’edizione italiana, non ricordo quanto tempo dopo il 1986), non potei fare a meno di notarla. Quella copertina giallo canarino era vagamente astratta, segnata solo dalla presenza di un obliquo ovale nero e una informe macchia rossa. Cosa diavolo voleva significare? Sfogliatolo, la delusione. Una storia a fumetti disegnata mediocremente e i soliti supereroi americani. Si era probabilmente nei primi anni novanta, quando l’invasione dei manga stava per farsi sentire e insieme a Dylan Dog aveva dato l’abbrivio ad una generazione di adolescenti per rivalutare il mondo del fumetto. Mondo malamente avviatosi, dopo l’esplosione dei magnifici anni settanta, verso sonnecchianti atmosfere western o fantascientifiche create apposta per gli amatori.
Era un periodo in cui i supereroi avevano stancato, si erano rivelati incapaci di dare qualsiasi emozione che non fosse data da battaglie apocalittiche e spersonalizzanti. Il “tutti contro tutti” che Raffaelli sostiene appartenere ai personaggi della Hanna e Barbera. Ci si era accorti che non c’era nessun “tutti”, la nuova generazione si sentiva sola gli servivano personaggi che riflettessero questa sensazione sconfortante di essere invece “soli contro tutti”.

Grande errore, il mio. Perché in quell’albo di Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons si celava una perla: meglio averlo scoperto tardi…

“Watchmen” significa letteralmente “guardiani”, “vigilanti”e si riferisce a quel manipolo di supereroi che nel fumetto ha il ruolo dei difensori e protettori del mondo. Ma ecco che immediatamente sorge la domanda, che io trovo illuminante e attualissima: “Chi vigila sui vigilanti?”. La domanda probabilmente non toccherà chi ancora sta cercando di fare suo il concetto di “conflitto di interessi”, che probabilmente non lo farà mai perché è troppo occupato a guardare gli spot in tv, e io certo non mi sento in dovere di sopperire a tali mancanze.

 

La storia è ambientata a New York e ruota attorno ai guardiani, i cui trascorsi e origini vengono narrati in capitoli distinti e continuamente legati da rinvii storici e flash back. Tutto comincia quando accade quel che mai sarebbe dovuto accadere: qualcuno sta uccidendo i guardiani. Chi? E perché? Di volta in volta le mini storie (la graphic novel consta di un totale di dodici capitoli inframezzati da stralci narrativi di volta in volta presentati come documenti, relazioni, diari ecc.) aggiungeranno dei tasselli in più alla complessa vicenda. Seguiremo le indagini che porteranno al dipanamento dell’intricata matassa e alla rivelazione finale che “spesso il mistero non è tale ma solo perché si è adeguatamente inconsapevoli da non capire che abbiamo in tasca la chiave per risolverlo”.

Il finale è controverso, personalmente mi ha disturbato parecchio; e questo significa che ho letto qualcosa di valore. Siamo lontani dal lieto fine, eppure quasi veniamo convinti del fatto che forse “avrebbe potuto andare peggio”. Senza pensare che avrebbe anche potuto andare meglio; ma poiché questo non è popolare oggigiorno mi si suggerisce di non dire simili banalità.

Il fumetto si presenta come slegato da qualsiasi appartenenza al DC Universe: non c’è il rischio di vedere Superman o Batman a salvare la situazione. E’ composto di tavole organicamente divise nella griglia 3X3 che permette facilmente giochi di inscatolamenti, parallelismi e simmetrie. Ogni sezione del fumetto rinvia quasi puntualmente ad un’altra, vuoi per la vicenda, vuoi per il punto di vista, vuoi per la struttura grafica o dei colori. Tutto l’albo diventa un puzzle di rinvii metatestuali che non disdegnano di sconfinare oltre quelli dell’albo stesso. Darne una spiegazione dettagliata sarebbe un lavoro lungo e complesso che si sono prefissi alcuni studi specifici e che certo non mi sentirei in grado di riassumere, soprattutto perché ogni lettura ne mostra puntualmente di nuovi; in una recensione letta di recente si parla di citazioni continue a Bruce Springsteen e alla Storia del fumetto… da verificare alla prossima lettura. Lascio ad eventuali curiosi la possibilità di approfondire l’argomento. Di “Watchmen” è da poco uscito un film per il grande schermo la cui presentazione ufficiale è stata rimandata al 2009 per problemi di copyright. Trattandosi di una traduzione intersemiotica non ci si aspetta che ogni sfumatura sia stata ripresa in dettaglio, ma che almeno le possibilità cinematografiche abbiano dato al regista e agli autori nuove prospettive narrative che rendano il film meritevole di visione tanto a quelli che abbiano già affrontato la lettura del fumetto, quanto a quelli che, si spera, avranno voglia di conoscerlo dopo.


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