Villagrazia di Palermo, di scena la vecchia storia dei pozzi Mille e 500 famiglie della città rischiano di restare a secco

Torna in scena, a Palermo, una vecchia storia di pozzi e di acqua che si trascina da decenni. Una vicenda che ha dato luogo a un lunghissimo contenzioso che si è risolto due anni fa con una sentenza e che, adesso, potrebbe sortire qualche novità non esattamente positiva per circa mille e 500 famiglie della città. Raccontiamo la storia in breve. 

Di scena sono alcuni pozzi privati di acqua potabile dislocati nella borgata di Villagrazia, un’area della città che, dalla Circonvallazione, si arrampica sulle colline di fronte Monreale. Questi pozzi,come già accennato, sono privati. Negli anni ’80 del secolo passato sono stati requisiti in forza di una legge nazionale, la legge Merli. E affidati all‘Amap, che allora era l’Azienda minicipalizzata del Comune di Palermo (oggi l’Amap è una società per azioni controllata sempre dal Comune di Palermo).

I privati non si sono ami arresi. E hanno intentato una causa civile che, come già accennato, si è conclusa nel 2012. Con i diritti sui pozzi che sono stati riconosciuti ai privati. 

Per quello che ci sembra di capire – stando anche a un comunicato del consigliere comunale di Forza Italia, Angelo Figuccia – i proprietari dei pozzi non sarebbero intenzionati a togliere questa preziosa fonte idrica al Comune, ma vorrebbero che lo stesso Comune paghi l’acqua.   

«Per evitare la perdita di queste preziose fonti di approvvigionamento idrico – dice Figuccia nel comunicato – la Prefettura di Palermo si è immediatamente attivata, convocando le parti, proprietari dei pozzi ed Amap, per cercare di trovare una soluzione. Siamo certi che gli uffici diretti dal Prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, troveranno con celerità una soluzione che possa garantire, da un lato, il pagamento di un giusto canone ai proprietari dei pozzi e, dall’altro, soddisfare il fabbisogno idrico delle 1500 famiglie coinvolte, che in caso contrario, si ritroverebbero in una situazione di grave disagio che rischierebbe di fare piombare una parte della città nel dramma della sete che abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa».

Insomma, da quello che dice Figuccia, se il Comune non dovesse riconoscere ai proprietari dei pozzi un «giusto canone», questi ultimi toglierebbero al Comune la possibilità di utilizzare l’acqua di questi pozzi. E mille e 500 famiglie rischierebbero di restare a secco. 


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