Viaggiare per credere

Come molti Paesi del “Terzo mondo”, il Perù è un Paese dalle mille contraddizioni: ci sono posti belli e lussuosi su stampo di quelli occidentali, frequentati per lo più da turisti e da qualche benestante del posto …e poi, fuori di questi, vedi gente che per pochi soldi è disposta a lustrare le scarpe ai passanti. Facendo una vuelta intorno a Lima vedi di tutto: dalle villette, alle case più modeste, alle tante baracche di gente povera che vive in condizioni pessime. A Cuzco ho visto ancora di peggio: nelle zone più povere e disagiate c’è gente che vive con los chanchos (i maiali!),  tra rifiuti e sporcizia. Roba da medioevo per “noi”!Eppure dall’altro capo del mondo, tutto questo esiste davvero…

 

Una realtà indescrivibile quella che i peruviani vivono nelle zone più alte della Cordigliera Andina, dimenticati dal mondo. Il freddo e il sole hanno rovinato la loro pelle, inevitabilmente  e pericolosamente esposta alle due cose a così alte quote: si parla di più di 3.500 metri!E’ per questo che i visi di molti appaiono, oltre che stanchi, bruciati e rovinati.

Io pur indossando un giubbotto pativo il freddo da quelle parti, loro invece sembravano talmente abituati da non sentirlo, quasi la loro pelle avesse messo su una sorta di strato difensivo…un po’ come la loro anima, abituata alla sofferenza come fosse “pane quotidiano”.Qualcuno è scalzo, i più fortunati portano scarpe aperte, e logore.Hanno vestiti leggeri e, neanche a dirlo, consumati! Non c’è donna che porti pantalone, hanno tutte delle gonne larghe, ne indossano più di una sopra l’altra, e i colori allegri e vivaci dei loro vestiti, fanno a pugni con la tristezza e la stanchezza dei loro sguardi.

 

La sensazione di chi si trova di fronte a questo e non è abituato a tanta miseria è senza dubbio una sensazione d’impotenza, d’inadeguatezza!

Mi sono sentita come dentro uno dei tanti documentari che spesso si vedono in TV e di fronte ai quali si riflette solo per un po’…finché non si spegne il televisore o non si cambia canale… E credetemi, avrei tanto voluto “cambiare canale”!

A proposito di televisione, proprio una settimana fa il noto programma “Ulisse” in onda su raitre il sabato sera, ha trasmesso un servizio sul Perù: era incentrato sulla civiltà inca, una di quelle da cui discendono i peruviani e che fu quasi completamente distrutta, com’è noto, dai “Conquistadores” spagnoli.Uno dei pochi luoghi rimasti ancora in piedi è Machu Pichu, uno degli spettacoli più grandiosi che esistano al mondo e che mi sento enormemente privilegiata per aver visitato.

 

Il servizio mostrava, inoltre, come coloro che vivono ad alte quote, sulle Ande, sono rimasti legati alle antiche tradizioni dei loro antenati: così si lavorano i campi con mezzi non diversi, né più evoluti, di quelli che si usavano secoli fa, e le casupole sono costruite con mattoni di fango e paglia cotti al sole.Anche i costumi sono, per modelli e colori (rosso, giallo, verde…), molto simili ai vecchi abiti tradizionali.Perfino la lingua parlata in quei posti è un’evoluzione diretta di quella degli incas.

Su quelle maestose montagne dove il tempo sembra essersi fermato, la gente parla il “quechua”.

 

Un aspetto non poco importante taceva però quel documentario. Quello splendido viaggio virtuale attraverso il Perù, dimenticava l’altra faccia del Paese, quella che nessun turista va a visitare…

Hanno dipinto quella gente come se vivesse in allegre comunità, in paradisi lontani dal mondo moderno dove si vive nella semplicità che viene dal contatto diretto con la natura. Non che tale contatto non ci sia, anzi! La gente vive in mezzo agli animali e si lava prelevando l’acqua con i secchi dai piccoli ruscelli che scorrono lì intorno: un rapporto più diretto di questo con la natura, non riesco ad immaginarlo!

Ma per come se ne parlava nel programma sembrava fosse una condizione felice…come se questa gente vivesse lì per una scelta dettata dall’orgoglio di chi è legato alle vecchie tradizioni, all’antica cultura inca.Probabilmente, invece, molta di questa gente è semianalfabeta e di quella cultura conosce poco o niente!

Hanno perfino mostrato immagini di musici che suonavano uno strumento per allietare, accompagnandolo, il lavoro di chi ara la terra…”Proprio com’era tradizione presso la civiltà inca” ha commentato il conduttore.

 

Io, a dire la verità, non ho visto nessuno lassù “suonare il piffero contento”! Forse c’è chi lo fa, e non ho avuto la fortuna di vederne uno, magari anche lì esiste gente, se non contenta della propria vita, quantomeno grata d’averla…Ma una cosa è certa: non si può pensare a questi posti  come a “mondi felici”, né si possono dimenticare le difficoltà e il disagio di gente COSTRETTA a vivere in quei luoghi in cui il cibo non si compra, si raccoglie.Dove l’acqua non si paga, scorre nei fiumi.Dove la vita insomma è meno cara!

 

Vorrei tanto parlarvi delle mille meraviglie che ho visto a Lima, a Cuzco, Sacsayhuaman, Tipòn, Ollantaytambo, Pisaq e nella magnifica e più famosa Machu Pichu…Posti di un fascino incomparabile…Posti che sono meta ambita di turisti di tutto il mondo, luoghi che sono stati sede di civiltà fra le più grandi della storia…Ma quando penso al Perù la prima cosa che la mente mi sbatte in faccia sono le immagini più crude, l’altra faccia del Paese, simbolicamente racchiusa negli sguardi tristi di tanti bambini che ho incontrato, i volti disperati di madri che non possono aiutarli…e quel “piccolo Paradiso dentro l’inferno” creato più o meno 25 anni fa da Padre Giovanni: la sede del movimento  religioso de”Los siervos de los pobres del tercer mundo” che grazie alle tante donazioni e ad un instancabile lavoro finanzia scuole, aiuta famiglie, adotta bambini in Perù.

 

E’ stato grazie alla loro ospitalità che ho potuto realizzare l’esperienza insieme più bella e più forte di tutta la mia vita.Sono andata tre volte in missione sulla cordigliera Andina insieme alle giovanissime suore del movimento. Due volte siamo andate a piedi, percorrendo chilometri di sentiero su per la montagna per portare (a spalla!) provviste di cibo alle popolazioni che vi abitano. Questo lavoro, sia la comunità delle sorelle che quella dei fratelli, lo fanno almeno una volta a settimana e cercano anche di occuparsi della vita spirituale di questa gente portando loro un coerente messaggio d’amore in nome di un Dio in cui credono senza riserve. Fanno attività di catechesi e dinamica di gruppo, ma anche attività ricreative di ballo e canto. Lavorano con un’enorme carica e con sincera dedizione.

 

Ricordo che una volta che siamo andate in missione a piedi, le sorelle portavano a spalla carichi pesantissimi eppure non si lamentavano e anzi pregavano e cantavano, quasi come un’allegra comitiva in gita…E io che con un piccolo sacco di frutta le accompagnavo, mi vergognavo d’ essere stanca e fiacca già dopo pochi metri!

Vedere all’opera un gruppo di missionari è grandioso.

 

Davvero tanti sono i missionari che portano avanti giorno per giorno un’instancabile lavoro a servizio dei poveri in nome di Cristo. Mi permetto di dire che l’unica vera Chiesa credo sia questa: quella che si fa povera tra i poveri e non chiede plausi a nessuno. E chissà quanti altri missionari  laici operano incessantemente  per aiutare i più sfortunati mentre nessuno ne sa niente! Tanti vivono nell’anonimato e muoiono nel silenzio.

Qualcuno è ricordato solo al momento della tragedia: 31 MARZO 2004, PADRE LUCIANO FULVI, anni e anni di lavoro missionario, 74 anni, Uganda, RAPINATO E UCCISO; 6 OTTOBRE 2003, ANNALENA TONELLI, laica, una vita dedicata alla missione, Somalia, ASSASSINATA. 

 

NON DIMENTICHIAMO!

 

Per quel che mi riguarda, vorrei poter dire che quest’esperienza mi ha cambiato radicalmente la vita, ma dopo  quei 20 giorni di volontariato in Perù, una volta tornata, non ho smesso di fare la vita che facevo ogni giorno prima che andassi lì.

Ma se non è cambiata la mia vita, è sicuramente cambiato il mio modo di percepirla e tutte le volte che mi lamento di qualcosa, di una mancanza, di un problema, penso a chi non ha più neppure la forza per lamentarsi… e non ci dovrebbe essere bisogno di andare dall’altro capo del mondo per rendersene conto, per renderci conto di quanto certe nostre lamentele non solo sono futili, ma sono un’offesa verso chi soffre davvero, e dimostrazione di una profonda ingratitudine: verso Dio, per chi ci crede, e verso la vita stessa.    

(S.P.)


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