Telefonata a Battiato: Non sono il cantautore di tutta la città

Di OTTAVIO CAPPELLANI (da “Il Riformista”)

 
“La politica non si occupi di cultura”. Se il Battiato non laureato viene punito dal giovincello –

Il Battiato non laureato: “Minchia, signor preside!” Risponde con un paradosso alla accuse di quanti (An) gli negano la honoris causa se non ritratta le frasi contro Scapagnini: “Per legge la politica non si occupi di cultura” “Io non voglio essere il cantautore di tutta la città. Non vedo perché dovrei esserlo. E non capisco perché a qualcuno interessi così tanto farmi diventare il cantautore di tutta la città. Ci mancherebbe”. Tutta la città ne ride. Così la telefonata con Franco Battiato parte ridendo. Ci adeguiamo. “Ma hai sentito?”. Ho sentito, in città non si parla d’altro, stamattina Catania si è svegliata facendo la hola, agitando festante i parei multicolore, ballando la samba nei bar, facendo schioccare sulla punta della lingua i punt&mes, perché quando la città si esprime al meglio, quando si produce in una delle sue stratopiche minchiatone, allora il catanese è felice. Gli scoppiano le orecchie dalla felicità. “Mi sembra un delirio”, mi dice dalla provincia di Varese, dove sta ultimando le riprese del suo secondo film Musikanten. “Il telefonino mi è esploso, tutti a raccontarmi questa cosa senza senso”.

L’antefatto: Battiato, noncurante eroe della parola, durante la campagna elettorale per il rinnovo del sindaco, aveva avventatamente dichiarato che avrebbe lasciato la città in caso di vittoria di Scapagnini. E adesso, che Scapagnini ha vinto, mentre è tutto un fiorire di analisi e ipotesi sul voto “disgiunto”, mentre il Centrosinistra litiga quasi su tutto tranne che su un punto fermo (“la mafia non esiste”), ieri dicevamo, il Senato Accademico, forte e impavido nella sua funzione di tutela della Cultura, non ha approvato, sfidando la disapprovazione dei numerosissimi fan(s), il punto 17 all’ordine del giorno, quello riguardante la delicatissima questione della laurea honoris causa in Lettere da conferirsi al compositore nato a Riposto. Con la seguente motivazione: “Hai detto che te ne andavi da Catania? E noi la laurea non te la diamo più”, pregnanti parole del Senato Accademico dell’Ateneo di Catania, lo stesso che per commemorare il cinquantenario della morte di Brancati indisse l’anno scorso una giornata di ponderosi studi intitolata: “Il Sesso, il Lutto e il Cono Gioioso dell’Etna”. “Non ci credo”, dice Battiato. Anzi dice: “Non. Ci. Credo”.

Il primo a ribellarsi contro il cantautore, che, virgolettiamo il Senato Accademico, “non è il cantautore di tutta la città” (contravvenendo quindi a quell’usanza politica secondo la quale il neoeletto sindaco, con la mano sul cuore, grondante di passione democratica, dichiara: “Sarò il sindaco di tutti i cittadini”), il primo dicevamo a ribellarsi, ad ergersi diremmo, contro l’autore de La Cura, si chiama Giacomo Bellavia. Anni 22. Laurea triennale in scienze giuridiche. Rappresentante degli studenti in seno al Senato Accademico, vicino ad An. Giovine d’ingegno che ha introdotto nel dibattito culturalpolitico della “capitale del mediterraneo” una stratopica innovazione giuridica: gli “arresti domiciliari preventivi”, secondo cui sarebbe vietato esprimersi, neanche per scherzo, riguardo a concetti di mobilità verso altre destinazioni, in prossimità di elezioni amministrative. “Che devo fare io?”. Taccio, aspettando che Franco mediti. L’ho appena informato che Bellavia, in uno slancio appassionato che sfiorava le vette ardue del perdono, ha dichiarato che poi, forse, la laurea gliela danno lo stesso, a patto di chiedere scusa. “Ma te l’immagini? Devo chiedere scusa per non essere il cantautore di tutta la città. Ma dov’è il nesso logico? La verità è che non si può fare una battuta, come quella di lasciare Catania, che immediatamente la gente viene fuori per quello che è, si manifesta al naturale. La verità è che se l’erano legata al dito. Scrivilo, io posso rispondere ad osservazioni di persone che stimo, questo qui neanche lo conosco. O posso rispondere a osservazioni di persone che non conosco, ma che abbiano un fondamento di logica. Qui la logica dov’è?” In realtà nessuno si aspettava, tranne Giacomo Bellavia, che Battiato, novello Conte di Montecristo, lasciasse davvero la città, magari nel cuore della notte, quando il barocco di Catania ama tingersi di atmosfere neogotiche, con le rare registrazioni su nastro del periodo sperimentale degli anni Settanta sottobraccio, quatto quatto, mentre fidati amici tenevano sott’occhio il municipio, a due passi dalla casa catanese di Franco in via Etnea: “Forza Franco, adesso, Scapagnini e Strano sono distratti, stanno eleggendo Mister Pareo, adesso o mai più”.

E Bellavia se la immaginava già, questa splendida casa immersa nel barocco, coi vetri insonorizzati distrutti dalle pietrate di ragazzini senza memoria, mentre un vento gelido si infiltrava tra i volumi impolverati della biblioteca, sibilando spettrale tra i computer di uno studio di registrazione abbandonato. “Mi verrebbe da dire tante cose – commenta Battiato – ma a questo punto, l’unica cosa efficace, secondo me, sarebbe che per legge, dico per legge, si dovrebbe proibire alla politica di occuparsi di cultura”. Maestoso, distaccato, astrale, battiatesco, il preside della facoltà di Lettere e Filosofia, commenta: “Sono cose che possono accadere”. A Catania.
 


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