A Palermo torna l’acqua dopo 15 mesi. Schifani batte la pioggia: «Risultato del governo»

La fine delle turnazioni per l’acqua a Palermo è «un risultato concreto dell’azione messa in campo dal mio governo negli ultimi due anni». Lo afferma il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, commentando il ritorno alla normalità, da lunedì scorso, nell’approvvigionamento idrico del capoluogo. «Strategia coordinata, investimenti mirati e lavoro di squadra tra istituzioni e gestori del servizio – cita gli ingredienti del successo –. L’obiettivo resta garantire continuità e sicurezza. Adesso Amap dovrà lavorare sul contenimento delle perdite e su una gestione efficiente della rete». Nessuno spazio – né un ringraziamento – per l’abbondante pioggia dell’ultimo periodo.

La fine del razionamento

Non c’è ombra di dubbio. La pioggia che da gennaio imperversa sulla Sicilia ha, sicuramente, oltre ai disagi e ai danni, colmato gli invasi siciliani. Con tutti i limiti imposti dagli invasi stessi. Dopo oltre un anno di emergenza drammatica, che ha messo in ginocchio l’agricoltura e costretto i cittadini a turnazioni estenuanti, il volto dell’Isola sta cambiando. Le piogge degli ultimi 40 giorni, culminate con il passaggio dei cicloni Harry e Oriana, da gennaio a ora, hanno portato quello che molti definiscono un miracolo meteorologico. I dati raccolti a metà febbraio 2026 segnano una svolta storica: gennaio è stato il più piovoso dal 2009, ribaltando un deficit che sembrava incolmabile.

La situazione degli invasi

In soli 30 giorni, l’acqua invasata nelle dighe siciliane è aumentata di circa il 70 per cento rispetto ai minimi storici di fine dicembre 2025. Si è passati da circa 229 milioni di metri cubi (gennaio) a oltre 389 milioni registrati nella prima metà di febbraio. Le stime più recenti suggeriscono che, grazie alle piogge dell’ultima settimana, si siano aggiunti altri 60-70 milioni di metri cubi. E la situazione dell’acqua a Palermo è così migliorata da annunciare, dal 16 febbraio, la fine del razionamento idrico dopo 15 mesi di restrizioni. Eppure la geografia del recupero non è uniforme.

L’invaso Garcia ha registrato un incremento superiore al 116 per cento, Castello sfiora il 100 per cento, Poma e Rosamarina il 71 per cento e la diga Ancipa è in risalita, dopo aver rischiato lo svuotamento totale a dicembre. Solo il Trapanese resta in allerta. La diga Trinità di Castelvetrano non ha beneficiato dello stesso accumulo: i livelli restano simili a quelli di dicembre. Qui il problema è anche strutturale, legato ai lavori sulle paratoie, necessari per poter finalmente invasare volumi maggiori senza rischi per la sicurezza.

Manca ancora la soluzione

Sarebbe un errore pensare che il problema sia risolto per sempre. Sebbene le piogge abbiano scongiurato il disastro per l’estate 2026, restano tre nodi fondamentali. Oltre il 50 per cento dell’acqua immessa nelle reti siciliane, innanzitutto, si perde ancora a causa di tubature colabrodo. Senza interventi strutturali, queste piogge sono solo un palliativo temporaneo. Molti invasi, inoltre, sono interrati (pieni di fango e detriti), il che riduce la loro reale capacità di stoccaggio. L’acqua c’è, ma manca lo spazio per tenerla tutta.

Le piogge sono state così violente da causare danni collaterali pesanti (frane, allagamenti e mareggiate), confermando che il cambiamento climatico si manifesta con estremi opposti: siccità estrema seguita da alluvioni. Seppure la Sicilia abbia ricevuto un bonus inaspettato dalla natura, la palla passa ora alla politica e alla gestione tecnica, per evitare che la prossima siccità ci ritrovi impreparati. Dando alla divina provvidenza di manzoniana memoria il giusto merito.


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