In Sicilia il paradosso dell’acqua: tra dighe inutilizzate e crisi idrica patologica

Infrastrutture idriche obsolete, gestione inadeguata delle risorse e cambiamenti climatici hanno portato la Sicilia nel mezzo di una vero e proprio paradosso idrico. Nonostante la presenza di 46 invasi – tra dighe completate e in via di realizzazione – l’Isola si ritrova a fronteggiare una sete che l’Ordine degli Ingegneri Siciliani definisce come l’emergere di lacune ormai patologiche del sistema idrico. La crisi, che si manifesta con razionamenti e danni ingenti all’agricoltura, non è solo una conseguenza della scarsità di piogge, ma un sintomo lampante della malagestione e della carenza di manutenzione delle sue condutture idriche.

Lo stato di salute degli invasi: un patrimonio al limite

Il cuore del problema risiede nello stato di salute precario di gran parte delle dighe in Sicilia. Molti invasi, realizzati in gran parte con gli ingenti investimenti della Cassa del Mezzogiorno per prevenire la siccità e introdurre l’agricoltura irrigua, sono oggi o inutilizzati, o operano con forti limitazioni d’invaso per motivi di sicurezza, o sono afflitti da una cronica mancanza di collaudi e completamenti.

La capacità teorica degli invasi si scontra con la realtà operativa. A causa di sedimentazione (interrimento), mancata manutenzione degli organi di scarico e normative di sicurezza non aggiornate, ampie porzioni dei volumi totali non sono utilizzabili. Il Registro Dighe del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) fotografa una situazione in cui i limiti di utilizzo sono profondi. In prima analisi ci sono quelle definite dighe a rischio e inutilizzabili: esempi emblematici sono invasi come Comunelli, Disueri, e Zaffarana, che in periodi di crisi si riducono a livelli minimi o sono praticamente a secco.

Il deficit di capacità di contenimento delle dighe in Sicilia

La mancanza di manutenzione e collaudi impedisce a strutture anche quasi complete, come la diga di Blufi, di entrare in funzione o di operare a pieno regime. Si parla di ben sette grandi incompiute che potrebbero offrire un volume d’acqua cruciale. C’è poi il caso della diga Trinità: nel Trapanese, con una capacità massima di 18 milioni di metri cubi, è stata al centro di polemiche per la richiesta di svuotamento per motivi di sicurezza da parte del MIT, un pugno nello stomaco per gli agricoltori locali. Nonostante le piogge, infatti, l’acqua viene a volte sversata in mare per l’impossibilità di superare i limiti di invaso autorizzati, come accaduto anche di recente, a causa di strutture non adeguate o non collaudate.

Vengono poi evidenziati limitazioni e svasamenti perché il mancato sfangamento e la necessità di adeguarsi a standard di sicurezza più rigidi riducono drasticamente i volumi accumulabili. Si stima che l’efficientamento e il completamento degli schemi idrici potrebbero concorrere al recupero complessivo di oltre 300 milioni di metri cubi di risorsa a livello nazionale (di cui la Sicilia è parte), un volume che oggi è perduto.

La crisi in cifre e la vulnerabilità idrica

La vulnerabilità idrica è accentuata da diversi fattori, oltre dallo stato delle dighe in Sicilia. In primis le perdite della rete idrica. La rete sotterranea, colabrodo per eccellenza, registra perdite che superano il 40% del flusso. Ciò significa che quasi la metà dell’acqua immessa nel sistema non arriva mai a destinazione. Altro fattore non trascurabile quello della dipendenza dalle piogge.

Nonostante interventi e piani, l’Isola resta eccessivamente dipendente dalle precipitazioni. Anche in presenza di un temporaneo miglioramento delle riserve (come nel 2025 rispetto al 2024), l’assenza di piogge autunnali e invernali trasforma la tregua in una temporaneità pericolosa. Infine quella definita emergenza continua, che in realtà dovrebbe essere definita crisi strutturale. La crisi idrica non è un evento eccezionale, ma una condizione quasi permanente. Questo ha portato le autorità ad attivare modalità eccezionali di prelievo dai volumi residuali, normalmente non utilizzabili, per tamponare la grave emergenza idrica per usi essenziali (potabile, sanitario, agricolo).

Prospettive e investimenti: unica strada la programmazione

Di fronte a un’emergenza che colpisce ormai quasi la metà della popolazione, la Regione Siciliana e il Governo centrale stanno cercando di cambiare rotta, adottando un approccio che mira alla programmazione anziché alla sola gestione dell’emergenza.

Il piano di manutenzione straordinaria

Un segnale importante è l’incremento degli investimenti nella manutenzione. Nel 2025, la Regione Siciliana ha triplicato gli investimenti nella manutenzione di dighe e adduttori irrigui, stanziando oltre 7 milioni di euro. Questo piano capillare coinvolge 21 dighe in Sicilia e 4 adduttori, con interventi focalizzati su sicurezza Strutturale: lavori sulle apparecchiature oleodinamiche degli organi di scarico (es. Diga Rosamarina); efficientamento degli Impianti: ammodernamento degli impianti elettrici e di comunicazione (es. Diga Olivo, Diga Poma) e riduzione delle Perdite: Manutenzione straordinaria e sostituzione di tratti di condotta della rete irrigua e interventi di protezione catodica contro la corrosione.

Le grandi opere e il PNRR

Sono in corso di attuazione progetti più strutturali, spesso finanziati con risorse nazionali (come il PNRR, Fondo Sviluppo e Coesione, ecc.), per un totale di centinaia di milioni di euro. Si tratta del completamento degli Schemi Idrici: Sono previsti interventi per l’utilizzazione a scopo irriguo delle acque di invasi cruciali come il serbatoio Garcia e il riefficientamento della rete irrigua della conca del fiume Delia, alimentata dalla diga Trinità. Definizione dei collegamenti Strategici: Interventi mirati come il miglioramento del sistema di vettoriamento dell’adduttore Garcia-Arancio per una gestione più flessibile delle risorse tra invasi diversi e implementazione di dissalatori e recupero delle acque reflue: Parallelamente, si sta lavorando all’installazione di dissalatori (es. Gela e Porto Empedocle) e si discute sull’uso a fini irrigui delle acque provenienti dai depuratori, soluzioni che affiancano e integrano il sistema degli invasi.

Tempo di vita del sistema attuale

Le prospettive future per le dighe in Sicilia sono strettamente legate alla rapidità e all’efficacia di questi interventi strutturali. A medio termine (5-10 anni), se il trend di manutenzione programmata e l’attuazione degli interventi finanziati con il PNRR e altri fondi procederanno con celerità, il sistema potrebbe recuperare una parte significativa della sua capacità di invaso originale, riducendo i volumi morti causati da interrimento e le limitazioni per la mancata sicurezza. L’obiettivo è riattivare gli invasi sottoutilizzati e completare i collaudi, rendendo finalmente funzionali le grandi incompiute.

A lungo termine (Oltre 10 anni), la vera svolta sarà nella creazione di una nuova cultura dell’acqua, che includa la manutenzione preventiva come priorità assoluta, la riduzione drastica delle perdite di rete e l’integrazione del sistema degli invasi con fonti alternative come i dissalatori e il riuso delle acque reflue. Senza una visione di lungo periodo che superi la logica emergenziale, il patrimonio delle dighe, pur fondamentale, continuerà a operare ben al di sotto del suo potenziale.

È evidente che il futuro idrico della Sicilia non è ascrivibile alla divina provvidenza di manzoniana memoria, ma è saldato nella terra e dipende dalla volontà politica di trasformare gli invasi da simboli di negligenza a motori di resilienza contro la crisi climatica. L’acqua c’è e se le dighe funzionassero non ci sarebbe crisi idrica. Attendiamo, quindi, non le piogge come panacea a tutti i mali ma il senso di responsabilità, da parte della politica, che un bene così prezioso richiede.


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