Foto di Claudio Meli

Da terre di sbarchi a terre di fuga: in Sicilia e in Grecia, crisi climatica e migrazione si sovrappongono

«Due anni fa la mia casa è stata distrutta. Io e la mia famiglia siamo scappati dalla città e, nell’arco di una notte, siamo diventati sfollati». Potrebbero essere le parole di uno delle centinaia di migliaia di migranti che, dal 2013, anno d’inizio della crisi dei rifugiati, continuano ad arrivare in Sicilia via mare, scappando da guerre, povertà e disastri naturali. E, invece, è la storia di Claudio Meli, palermitano di 45 anni, apicoltore e padre di due bambini, la cui casa è stata distrutta durante gli incendi che, dieci anni dopo, nell’estate del 2023, hanno sfollato decine di famiglie nella provincia di Palermo. Senza il supporto delle autorità nel trovare un riparo temporaneo nei mesi dello sfollamento. «Ci siamo dovuti arrangiare da soli, con le nostre poche cose stipate in borsoni che ci sono stati donati per carità, come i rifugiati». E, come lui, sempre più persone nelle aree interne della Sicilia si trovano costrette a fare i conti con i drammatici risvolti dei cambiamenti climatici

I nuovi migranti climatici del Mediterraneo

Non sempre la migrazione forzata comporta lo spostarsi verso altri Stati. Spesso si tratta di spostamenti all’interno degli stessi confini nazionali. L’Onu stima che i migranti climatici siano attualmente circa 23,9 milioni in tutto il mondo e che, entro il 2050, potrebbero diventare 200 milioni. Questi fenomeni stanno mettendo particolarmente a dura prova le isole mediterranee, dalla Sicilia alla Grecia, con gravi conseguenze per l’agricoltura, la disponibilità idrica e la sicurezza dei cittadini. E fanno sorgere delle domande sulla preparazione di autorità e infrastrutture siciliane – già stremate da anni di gestione della crisi migranti – nel fronteggiare questa nuova sfida. Non si conosce ancora il numero reale di persone sfollate a causa del clima in Sicilia, ma storie come quella di Claudio fanno presagire il bisogno di un piano di resilienza. I recenti roghi, che hanno nuovamente distrutto la Riserva dello Zingaro, ne sono un esempio. Secondo il direttore della Protezione civile siciliana Salvatore Cocina, la chiave sta nel non commettere l’errore di trattare la crisi climatica come l’ennesima emergenza, ma arrivare preparati per gestirla al meglio.

La preparazione delle autorità in Sicilia

«La crisi climatica è strutturale e necessita di risposta in via ordinaria – spiega Cocina – Le tecnologie sono importantissime per la gestione del rischio, soprattutto in fase di prevenzione non strutturale, che è quella realizzata dalla Protezione civile. Stiamo parlando di tecnologie di monitoraggio del territorio, di trasmissione di dati, di comunicazione e di informazione alla popolazione». Strumenti di cui dotarsi, ma anche da saper utilizzare. «Per evitare che si trasformino in boomerang – conclude Cocina – In caso di sfollamenti temporanei della popolazione abbiamo, per esempio, già previsto di utilizzare le medesime aree previste per il rischio sismico, chiamate aree di accoglienza e/o di attesa. Zone che devono essere gestite e non abbandonate a se stesse e, quindi, avere una funzione in caso di pace».

Come noi anche la Grecia

Insieme alla Sicilia, anche le isole greche sono i luoghi in Europa più soggetti a questo fenomeno. Essendo uno dei principali Stati di confine esterno dell’Ue, la Grecia è stata a lungo considerata una porta d’accesso e un luogo di accoglienza per i richiedenti asilo che entrano in Europa. Ma recenti catastrofi stanno invertendo i ruoli e trasformando anche i greci in popolazione sfollata. Con incendi, turismo di massa e crescente migrazione che convergono sulla stessa fragile infrastruttura, Creta è diventata un esempio lampante di come le crisi sovrapposte stiano mettendo a dura prova la capacità di risposta della Grecia. I violenti incendi del luglio di quest’anno hanno costretto all’evacuazione di oltre 5mila residenti e turisti, mettendo in grave difficoltà i servizi di emergenza locali durante il picco della stagione turistica. In più, come ogni estate e proprio come a Lampedusa, sono aumentati vertiginosamente gli arrivi di migranti dalla rotta libica

A Lampedusa le due crisi si intrecciano

E a Lampedusa, tra i luoghi simbolo della migrazione, il paradosso di questa situazione è ancora più evidente. Ad Amadou, migrante del Mali, appena sbarcato viene scherzosamente chiesto se fa più caldo qui o in Africa. Lui risponde sicuro: «Decisamente qui». Mentre in Sicilia accelera il processo di desertificazione, che avvicina geograficamente sempre di più l’Isola al Nord Africa, un numero crescente di richiedenti approda a Lampedusa in fuga da eventi climatici catastrofici nei propri paesi. Non è un caso che, tra le nazionalità principali degli sbarchi degli ultimi giorni, ci siano Pakistan e Bangladesh, soggetti recentemente a eventi estremi come alluvioni e nubifragi fuori stagione. Allo stesso tempo, è l’isola stessa a essere soggetta agli effetti della crisi climatica che coinvolge l’intera Sicilia, mettendo a rischio popolazione locale, turisti e nuovi arrivati, questi ultimi spesso temporaneamente alloggiati in centri di accoglienza in aree geograficamente critiche.

Il doppio rischio chiama anche Lesbo

Stessa situazione, ancora una volta, rintracciata sull’altra sponda del Mediterraneo. Una recente inchiesta della Thomson Reuters Foundation rivela come il nuovo centro di prima accoglienza per migranti di Lesbo sia stato costruito in una zona ad alto rischio incendi, dove chi è già vulnerabile lo diventa ancora di più. Mentre la Grecia, insomma, diventa non solo luogo di accoglienza di migranti ma anche centro di produzione di nuove migrazioni, il Mediterraneo – e la Sicilia in particolare – si trovano a dover affrontare una realtà parallela e in continua evoluzione. E le due crisi sono ancora ampiamente trattate come separate, nonostante convergano sempre più sulle stesse regioni e fragili infrastrutture.

Questa inchiesta è stata realizzata con il sostegno del JournalismFund Europe. Fa parte di una serie su crisi climatica e crisi migratoria nel Mediterraneo, in partnership con la testata greca Solomon.


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