Se iPhone e tweet non bastano per raccontare il mondo

Nell’era dei social media e delle nuove tecnologie c’è ancora spazio per il ruolo del corrispondente dall’estero? Sul web possiamo attingere ad un bacino infinito di informazioni provenienti da qualsiasi parte del mondo, news che viaggiano ad un ritmo frenetico su Twitter e affini e che raccontano quello che succede in tempo reale, visto dagli occhi di chi trova sul posto, soprattutto dai semplici cittadini. Ma basta questo per informare o l’inviato è una figura destinata a scomparire? Ne hanno discusso quattro addetti ai lavori in una panel discussion all’interno del Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

Ad introdurre il tema Charlie Beckett, direttore di POLIS, che ha subito lanciato una provocazione ai relatori presenti, parlando degli alti costi che gli editori devono sostenere per mandare all’estero i cronisti e tutta la troupe e che, invece, grazie alla nuove tecnologie, si potrebbe produrre informazione di qualità abbattendo i costi e sconfiggendo la “megalomania di certi corrispondenti che spesso si tramutano in avvoltoi per ottenere per primi la storia a tutti i costi, oltre alla fama. In fondo – aggiunge – abbiamo come esempi le rivoluzioni in Egitto e in Tunisia, che ci hanno dimostrato come le notizie attinte dai social network possono considerarsi affidabili. Quindi, perché abbiamo ancora bisogno dei corrispondenti?”

“Anche se sono un dinosauro, io amo le tecnologie – replica Mort Rosenblum, ex direttore dell’International Herald Tribune ed ex corrispondente da zone di guerra – e tutti ci possono giocare. Diffondere informazioni può anche essere facile, ma il giornalismo è un’altra cosa: è una questione di etica, credibilità, e di fiducia da parte del pubblico. Possiamo affidarci a tutte queste fonti che troviamo online, agli iPhone e ai tweet, ma non devono essere un’esclusiva. Abbiamo bisogno di cronisti competenti”. E continua: “Solo l’inviato può costruire quel ponte culturale tra il suo paese e quello da cui deve raccontare, perché è solo conoscendo la propria cultura che si riescono a trasmettere voci da un luogo in cui il pubblico non è mai stato”.

Mimosa Martini, inviata del Tg5, sottolinea immediatamente di non voler difendere la sua professione, ma che la figura del cronista all’estero è indipensabile e non basta affidarsi solo agli strumenti che fornisce la rete e a chi è sul posto perché “la notizia deve essere inquadrata in un sistema mondiale, non solo locale. Per raccontare quello che succede fuori dal nostro paese, servono esperienza in campo giornalistico e lo sguardo fresco e curioso da straniero”. E alla domanda se ritiene di essere ottimista in merito al futuro della figura del corrispondente, la Martini risponde di essere pessimista perché, a suo avviso, l’utilizzo delle innovazioni applicate a questo tipo di giornalismo con la finalità di abbassare i costi “abbasseranno di molto anche la qualità delle notizie, tutto sarà molto superficiale, all news, come in un rullo compressore. L’unica cosa che mi rende ottimista è il desiderio di informazione della gente che mi ferma per strada per chiedermi che cosa sta succedendo. Il mio desiderio, invece, è che la qualità superi le masse informi della mera quantità”.

“La percezione del corrispondente estero è cambiata negli ultimi anni per varie motivazioni – spiega Richard Sambrook, vice presidente dell’Edelman – principalmente economiche ma non solo: non siamo più i guardiani dell’informazione perché con internet e le nuove tecnologie tutti possono fornire notizie. Il ruolo del corrispondente è ancora estremamente necessario, i cittadini e i social media non si possono sostituire ai giornalisti, ma quello dell’ inviato è un ruolo da rivalutare e che si deve adattare a nuovi scenari”. Trasformarsi quindi da cacciatori di notizie ad “agricoltori, per coltivare nuovi contatti e nuove competenze, per continuare ad essere i testimoni oculari di quello che succede”.

 

 


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