Scienze politiche, è tempo di bilanci (e polemiche)

La facoltà di Scienze Politiche si appresta a cambiare guida. A settembre il prof. Giuseppe Vecchio, al termine di due mandati, lascerà il posto al prof. Barone. Un cambiamento nel segno della continuità per una facoltà gestita in questi anni come dichiarano entrambi ‘nel segno della collegialità’. Docente di Istituzioni di Diritto Privato, Vecchio è l’emblema della serenità: fiducioso per il futuro, orgoglioso del recente passato. Solo alla fine un sussulto: l’articolo di Panorama contro i baroni universitari dell’Ateneo catanese non gli è andato proprio giù.

Prof. Vecchio, cominciamo tirando le somme. Dopo sei anni alla guida della facoltà di Scienze Politiche, quali sono le realizzazioni di cui va più fiero?
L’applicazione della riforma didattica della legge 509. Abbiamo fatto un lavoro enorme: abbiamo articolato tutti i corsi analiticamente credito per credito. Abbiamo scomposto gli insegnamenti in moduli: un credito un modulo, trasformando dal punto di vista descrittivo e non degli esami ciascun insegnamento in un aggregato di moduli identificati, per raggiungere l’obiettivo di identificare specificatamente l’insegnamento per il corso di laurea.

Concetti astrusi. Può farci un esempio pratico?
Il diritto privato di Servizio Sociale non è lo stesso di Scienze Storiche o di Scienze dell’Amministrazione, o di Sociologia. Non per scelta del docente ma per atto di indirizzo della facoltà. Significa, ad esempio, che il diritto privato di Servizio Sociale si concentra sulla famiglia, quello di Scienze dell’Amministrazione su soggetti, proprietà, contratto. Fermo restando quindi la libertà d’insegnamento, il docente che prende l’insegnamento annualmente sa che deve insegnare lì diritto di famiglia, lì diritto dei contratti. Poi può cambiare in base alla proprie convinzioni culturali, ma sempre diritto di famiglia deve fare.

Questo sistema di suddivisione analitica rischia di essere stravolto dall’applicazione della legge 270?
Assolutamente no. Bisogna riprogettare, certo, ma il metodo, se la Facoltà ha intenzione di mantenerlo, può tranquillamente restare. Ciò ha permesso tra l’altro di dichiarare anticipatamente i contenuti di ciascun corso, non in maniera descrittiva ma analitica, consentendo anche di eliminare ridondanze o di colmare lacune.

Non c’è il rischio che la suddivisione in moduli porti a uno studio troppo frammentario o dispersivo? Sei moduli sei esami?
Perché mai? Lo studente sa che il programma di Storia Moderna è fatto di sei moduli predefiniti. Anzi, si evita il rischio che il professore racconti sempre la stessa cosa, magari quella che più gli piace. Per quanto riguarda l’esame, è sempre finale, a meno che lo studente chieda di articolarlo. Abbiamo legato tutto questo alla registrazione elettronica degli esami, il che consente di certificare alla fine dell’esame tutti i moduli e tutti i contenuti. Siamo la prima facoltà a farlo per tutti gli studenti, che, avendo una carriera elettronica sin dall’inizio, possono ottenere il diploma Supplement previsto dalla legge, cioè la certificazione dei contenuti, che però non può essere fatta a secondo di quello che fa il professore, ma sulla base di un progetto che è della facoltà e al quale tutti i professori si devono coordinare.

C’è invece una cosa che avrebbe voluto realizzare ma non è riuscito a fare?
Probabilmente moltissime. Nel senso che sono tutte il completamento di quello che ho iniziato. Ad esempio la programmazione dei ruoli: io ho preso la facoltà con 69 docenti, la lascio con 115. Da 13 ordinari siamo passati a 22, scendendo di conseguenza da una trentina di associati a 21. Ed è cresciuta la base dei ricercatori, che sono ora 60.

Quanto viene pagato un docente a contratto nella facoltà di Scienze Politiche?
Le supplenze e i contratti sono sulla base della normativa. Orientativamente diamo questi contratti a persone che già lavorano in altre amministrazioni o sono liberi professionisti. Non abbiamo precariato di docenza, e quindi paghiamo pochissimo. Bisogna fare attenzione a dividere le facoltà che si reggono sul precariato e pagano cifre significative, fino a 7-8 mila euro l’anno un insegnamento, da quelle che, come noi, prendono soprattutto magistrati, funzionari della pubblica amministrazione, professionisti. Molti di questi vengono a titolo gratuito, solo per il piacere di partecipare al progetto della Facoltà.

Che giudizio dà dello stato dei rapporti tra la facoltà e l’amministrazione centrale dell’Ateneo?
Il rapporto tra facoltà e Ateneo è normalmente dialettico. Soprattutto in un clima di scarsità di risorse. Dialettico anche perché c’è un clima di concorrenza reciproca e costruttiva, perché si costruisce in maniera concorrenziale, cercando di offrire un prodotto competitivo nei confronti delle altre facoltà, che fanno altrettanto nei nostri confronti.

Il prof. Barone, nuovo preside di Scienze Politiche, parlando del problema dei decentramenti, ha affermato che è assurdo chiudere un Corso di laurea come quello di Modica con migliaia di iscritti e un forte legame col territorio. Lei cosa ne pensa?
Un decentramento è fatto di due cose: delle risorse necessarie per mantenerlo e delle presenze sociali che lo giustificano. Se non ci sono contestualmente tutte e due, non ha senso fare il decentramento. Noi abbiamo più di 600 studenti a Modica, ma il comune di Modica non ha pagato sette milioni di euro. Può l’Università farsi carico di questa spesa? Se noi impegniamo i professori che dovrebbe pagare Modica e che adesso paghiamo noi solo su Modica, sarebbe ingiusto nei confronti del resto dell’Università. Se invece le stesse persone le portiamo a Catania, mettiamo tutti sullo stesso piano. Se l’Università deve investire di tasca sua un milione di euro di stipendi, perché investirli a Modica e non a Siracusa, o a Giarre, o altrove? Se il milione lo mette l’ente locale, allora ho la giustificazione per investire in quel posto.

Si sente di dare qualche consiglio al nuovo preside al momento del passaggio delle consegne?
Il prof. Barone non ha assolutamente bisogno di consigli perché conosce la facoltà tanto bene quanto me per due ragioni. Prima di tutto perché, come docente universitario, è nato e vissuto dentro Scienze Politiche e poi perché ha una straordinaria esperienza di governo, essendo stato direttore del Dappsi (Dipartimento d’Analisi dei Processi Politici Sociali e Istituzionali) che rappresenta il 60% della facoltà. Noi abbiamo gestito la facoltà in maniera collegiale: tutte le decisioni sono state prese negli organi collegiali. Ognuno di noi condivide le stesse conoscenze e le stesse responsabilità, a prescindere dal ruolo che ricopre. Mi sento molto sereno sul futuro.

Qualche settimana fa è apparso su Panorama un articolo dal titolo “La sfida ai baroni universitari con zero titoliche denunciava la presenza nell’ateneo catanese di 255 docenti non operativi, cioè docenti che non hanno pubblicato nulla negli ultimi cinque anni. La classifica veniva stilata a seguito di un invito del rettore a tutti i docenti di fare un elenco delle proprie pubblicazioni al fine di suddividere al meglio i soldi per la ricerca. Qualcuno non ci ha fatto una bella figura. Lei che giudizio ne dà?
L’articolo di Panorama è metodologicamente sbagliato, perché quel tipo di dati misura la quantità e non la qualità di produzione dei professori. Sono due ambiti che hanno strumenti diversi e soprattutto viene ignorata l’articolazione differenziata per aree scientifiche. Le aree scientifiche sono 14 e ognuna ha un comitato che segue criteri autodefiniti. I criteri di misurazione sono incomparabili tra le varie aree scientifiche.

Nella sua facoltà, Scienze Politiche, 33 docenti su 113 hanno ottenuto un punteggio inferiore a 10. Sono quasi un terzo del totale…
Il dato è naturalmente incompleto. Quello è il dato di un anno che si fissa al primo di aprile. Dei 33 docenti non operativi della Facoltà di Scienze Politiche che qualcuno ha riferito a Panorama , sei sono ricercatori che hanno assunto servizio dopo la data di consegna dei dati. Avendo appena vinto il concorso di ricercatore, inevitabilmente qualche buona ricerca devono averla prodotta! Sono il 5% in meno. Inoltre il punteggio 10 vale per tutto l’Ateneo ma non è omologo per tutte le aree. Persino all’interno di Scienze Politiche le aree si differenziano. In ognuna di queste aree i punteggi valgono diversamente. Nell’area Ius (Scienze Giuridiche), arrivare a 100 punti è una cosa straordinaria, perché per scrivere un articolo giuridico ci vuole una certa applicazione, inoltre nessuno scrive in lingua inglese perché il diritto non è esprimibile in quella lingua: l’inglese esprime la Common Law e noi parliamo di Civil Law.

È quindi una meritocrazia falsata? Quale può essere allora la soluzione per fare delle graduatorie ponderate?
Questo non è un sistema meritocratico, ma un modo per sostituire un metodo di organizzazione di un feudo accademico con un altro. Aggiungo che considero la pubblicazione in lingua straniera una pura ideologia, con tutto il senso dispregiativo che c’è nel termine ideologia. Perché chi usa le formule usa la lingua corrente come tessuto che tiene insieme cose significanti di per sé. Mentre se devo tradurre in inglese il termine ‘diritto’, non ho un esatto corrispettivo. Una soluzione potrebbe essere ad esempio contare quanti concorsi sono stati vinti all’interno di una certa area negli ultimi cinque anni. Qui entra in gioco la valutazione delle commissioni nazionali: più meritocratico di questo? Se andiamo a fare questo calcolo, la facoltà di Scienze Politiche è più avanti di molte altre.


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