L’odissea di Salvatore Comandatore: si rifiuta di sversare inquinanti in mare e viene licenziato. «Dopo la dignità, ora puntano ai suoi soldi»

Una storia di coraggio e resistenza, che sembra non avere fine. È quella di Salvatore Comandatore, ex guardiafuochi del porto di Gela, licenziato per essersi rifiutato di sversare in mare liquidi inquinanti. Il tribunale gli ha già dato ragione, con una sentenza di reintegro immediato, compresa di risarcimento per gli anni trascorsi a difendersi. Eppure, a quasi un anno da quella decisione, la giustizia sembra essersi fermata. Comandatore non solo non è stato reintegrato, ma ora si trova a fronteggiare le richieste economiche della stessa azienda che l’ha licenziato ingiustamente. Il colpo più duro è arrivato con un pignoramento di 95mila euro sui suoi conti, richiesto dalla società Archimede, suo ex datore di lavoro, come presunto rimborso per il trattamento di fine rapporto percepito (Tfr). Una mossa che secondo Salvino Legname, presidente dell’associazione antiracket che sostiene Comandatore, è dettata da puro accanimento. «La ditta che vorrebbe indietro da Salvatore il Tfr è la stessa che, nonostante la decisione dei giudici, non lo ha mai reintegrato al lavoro – spiega Legname – Non si tratta solo di una questione economica: così Salvatore viene distrutto psicologicamente e umanamente, vedendosi negata persino la possibilità di lavorare per mantenere la famiglia».

Salvatore Comandatore, capobarca del servizio guardiafuochi della società Archimede – che si occupa della sicurezza del Porto Isola Eni, a Gela – viene licenziato quattro anni fa per non aver rispettato un ordine dei suoi superiori: aspirare e mettere in appositi bidoni da scaricare in mare l’acqua della sentina, mista a gasolio, della motobarca Liberante. Al no di Comandatore, scatta il licenziamento. Ma non solo. Nella battaglia legale che è scaturita con l’azienda, nel corso della raccolta delle prove, a essere valutate sono state anche la mancanza delle condizioni di sicurezza e l’assenza dei necessari dispositivi di protezione individuale. E la denuncia del lavoratore trova conferma in una sentenza del tribunale, che stabilisce come il gesto di Comandatore abbia semmai evitato un grave inquinamento; tribunale che ha dichiarato il licenziamento illegittimo e ordinato il reintegro al lavoro dell’uomo, insieme a un risarcimento.

Disposizioni rimaste, però, ignorate dalla società. L’ex guardiafuochi, intanto, supportato anche dal movimento Gran Sicilia, ha reagito con determinazione, organizzando proteste e sit-in per rivendicare i propri diritti. Ma i risultati tardano ad arrivare. Il pignoramento, pur bloccato, ha avuto conseguenze devastanti: ha fatto sfumare un’opportunità di lavoro in Congo, dove era pronto a trasferirsi per ricominciare. «Avevo tutto pronto: il passaporto, i vaccini. Poi Archimede ha fatto sapere del pignoramento alla ditta che avrebbe dovuto assumermi e da allora non ho più avuto loro notizie – racconta amareggiato – Mi stanno uccidendo lentamente. Attorno a me sento solo il vuoto».

Ma il caso Comandatore non è solo una vicenda di giustizia individuale: si intreccia con sospetti di gravi irregolarità ambientali. A promettere di stare tenendo sotto controllo le attività pubbliche dell’azienda è Paolo Scicolone, esponente di Gran Sicilia: «Stiamo raccogliendo video e foto che consegneremo alla Capitaneria di porto. Ma servono controlli severi da parte delle istituzioni». Un ulteriore e inquietante aspetto riguarda poi le barche destinate al servizio anti-inquinamento e sicurezza del porto Isola, entrambe fuori uso a causa di guasti. «Non c’è sicurezza, non c’è prevenzione, e a pagarne il prezzo è il territorio», continua Scicolone. Un territorio che sembra premiare chi trasgredisce e punire chi denuncia. Ma Salvatore Comandatore non si arrende. «Questa lotta mi sta consumando, ma non posso fermarmi – dice, con una voce che fa appello alla lotta per la dignità – Non è solo per me, è per tutti quelli che verranno dopo».


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