Le passeggiate anti-intercettazione di zio e nipote: «Non siamo mali cristiani, si fanno ammazzare per noi»

Uno di fianco all’altro, con passo talvolta spedito e altre volte lento, parlano fitto sottovoce e, qualche volta, si sussurrano delle frasi all’orecchio, anche se sono per strada da soli. Sono le lunghe passeggiate anti-intercettazione di Antonino e Carmelo Sacco. Settant’anni già compiuti lo zio e 37 il nipote, entrambi sono tra i 32 fermati nell’operazione antimafia dei giorni scorsi a Palermo.

I Sacco: zio e nipote al vertice della famiglia mafiosa

Classe 1955, Nino Sacco è uno storico appartenente alla famiglia di Roccella-Guarnaschelli con alle spalle diverse condanne per mafia. La prima a metà degli anni Novanta. Al momento della sua ultima scarcerazione, a maggio del 2024, avrebbe assunto il controllo anche della famiglia mafiosa di corso dei Mille. Per gli inquirenti è lui il «reggente». Con al fianco Carmelo Sacco, il figlio del fratello Giovanni, detto Gianfranco. Un nipote che è anche un erede. Classe 1989, per gli investigatori è la «longa manus dello zio Nino». Il collaboratore di giustizia Francesco Centineo ne parla come il «diretto portavoce» e il «personale rappresentante» di suo zio che «non si espone quasi mai». Perché c’è il nipote che «tutti i giorni gli fa il rendiconto di tutto ciò che accade». Specializzato in piazze di spaccio e soprattutto in estorsioni, Sacco junior gestisce anche alcuni parcheggi. Ovviamente tutto secondo le direttive dello zio.

«Figura anziana del panorama mafioso»

«Figura anziana del panorama mafioso», Nino Sacco esce dal carcere l’11 maggio del 2024 e viene sottoposto, per tre anni, alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Una misura che, stando a quanto ricostruito dalle indagini, non gli avrebbe impedito di prendere il controllo di una zona ancora più estesa. «Gestisce tutti i traffici illeciti che vanno da Guarnaschelli alla stazione centrale», afferma il collaboratore Centineo. Già dal giorno successivo alla scarcerazione, Nino Sacco riceve visite e partecipa a incontri con altri associati mafiosi. Cercando sempre di adottare delle cautele per la riservatezza: gli appuntamenti non sono mai preceduti da accordi telefonici diretti. E, soprattutto, le conversazioni più importanti avvengono sempre passeggiando. Una strategia per eludere qualsiasi intercettazione.

Le passeggiate anti-intercettazione di zio e nipote Sacco

Nino Sacco cammina anche per ore, specie in compagnia del nipote Carmelino. Il giovane, come hanno ricostruito gli inquirenti, «pur avendo un’autonomia decisionale, si rapporta continuamente con lo zio». Da maggio ad agosto del 2025 vengono documentati 34 incontri tra i due. Nella stessa palazzina abita anche il padre di Carmelo ma, quando arriva davanti ai citofoni, è sempre a quello dello zio Nino che suona. E non sono di certo semplici visite a un familiare. Lo zio scende e insieme passeggiano senza mai fermarsi, anche per lunghi tratti. Parlano fitto e si sussurrano all’orecchio nonostante siano da soli. Quando sono in macchina, invece, scambiano poche battute su argomenti strettamente familiari o tacciono direttamente. E i cellulari, la maggior parte delle volte, li lasciano a casa. Spenti. Passeggiate anti-intercettazione che, come ricostruito dagli investigatori, spesso avvengono pochi giorni prima o dopo episodi estorsivi.

«Non siamo mali cristiani»

«Ci sono alcuni che di noialtri sono malati, perché sanno che siamo picciotti sistemati e persone oneste. Non siamo approfittatori […] Non siamo mali cristiani (cattive persone, ndr). Per questo si fanno ammazzare per noialtri». Così parlava Nino Sacco. Del resto è lui stesso a riconoscere certi valori: «Ha una storia sulle spalle, è un esempio per tutti noi: quarant’anni di carcere. Io a queste cose gli do valore», dice, riferendosi a un detenuto di lunga data parente di un sodale. E sarà probabilmente questa saggezza a fare di Nino Sacco un «giudice mafioso» che, come ricostruiscono gli inquirenti, «assume una funzione para-giudiziaria. Ascolta le parti, valuta le rispettive pretese e impone decisioni che vengono percepite come vincolanti e inappellabili».

Nino Sacco, il «giudice mafioso»

È fine settembre del 2024 quando muore la madre di Antonino Spadaro, anche lui coinvolto nell’operazione antimafia. Nino Sacco va alla camera mortuaria all’ospedale Cervello di Palermo. Non solo per le condoglianze. La veglia funebre diventa l’occasione per discutere di una contesa per un prestito rimasto insoluto. Per risolvere la questione – che nulla ha a che vedere con l’organizzazione criminale – uno dei due contendenti ha chiesto di «parlare con Sacco». Che, nelle vesti di «giudice mafioso» pronuncia la sua sentenza con un formula perentoria: «Gli dici che deve uscire i soldi». Ed è sempre a Sacco che Spadaro si rivolge per una questione tra zio e nipote: chiede il permesso per punire il figlio della sorella. Un giovane tossicodipendente che ha sperperato 220mila euro in un anno e dato in affitto un villino a dei turisti, lasciando la madre (sorella di Spadaro) in mezzo a una strada. L’autorizzazione per la spedizione punitiva familiare non si fa attendere: «Lo puoi fare quando vuoi, pure ora».


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