Ragusa, l’università è “cosa mia”

C’era una volta, un venerdì non troppo caldo di maggio, un polo universitario decentrato nella patria del barocco.

Poi un perfido mago, con una magia chiamata “incantesimo del Manifesto degli studi”, mise in pericolo la tranquillità della piccola rocca…
 

Pomeriggio ricco di eventi quello di ieri, con l’annunciata «protesta clamorosa» dei vertici del Consorzio ibleo contro la decisione di non attivare i primi anni delle quattro facoltà decentrate a Ragusa.
Nel pomeriggio sono stati convocati «in seduta urgente» il consiglio della Provincia di Ragusa e i consigli dei comuni in piazza Università, trasformatasi dunque per qualche ora in un’aula consiliare con più turisti curiosi e cittadini impaccidderi che studenti.
Politici nelle prime tre file, interventi di fuoco, invettive nei confronti del Rettore apostrofato come “ladro” nel più gentile dei casi. Il tutto urlando contro una finestra del secondo piano del rettorato lasciata – di proposito o meno – aperta.
Il professor Antonino Recca aveva offerto l’aula magna del palazzo ma, dopo il primo rifiuto della delegazione ragusana, l’assemblea si è svolta en plein air.

 
Dopo gli interventi di rito delle innumerevoli autorità e la lettura di un messaggio (o una lettera pastorale?) del vescovo di Ragusa Paolo Urso, i discorsi dei vari rappresentanti di ogni ordine e grado – e partito – seguono una linea comune: il Rettore vuole «scippare» a Ragusa le sedi decentrate, non tenendo conto degli sforzi degli ultimi mesi che comprendono anche l’inaugurazione entro l’anno di una casa dello studente. Si invoca a gran voce l’intervento del governatore della regione Sicilia, Raffaele Lombardo, per poter risolvere una situazione che metterebbe in difficoltà Ragusa e i suoi comuni limitrofi. Addirittura il capogruppo del Pdl all’Assemblea regionale siciliana Innocenzo Leontini parla di «azione incivile. Mi farò promotore di un’interrogazione parlamentare alla Regione».

 
Al Rettore si contesta principalmente l’improvvisa marcia indietro compiuta tra il saldo del debito (l’Ateneo ha incassato la somma di un milione e mezzo il 4 giugno) e la pubblicazione del Manifesto degli studi – quattro giorni dopo – nel quale non compaiono i primi anni dei corsi ragusani.
Particolarmente “vivace” l’intervento di Nello Dipasquale, sindaco di Ragusa.

 
Per poter sostenere i costi di ben quattro sedi decentrate, il Consorzio punta sulla copertura finanziaria della Banca Agricola popolare di Ragusa, sul sostegno dell’Università Kore di Enna per il corso di laurea in Scienze giuridiche e della Farnesina per i due CdL di Lingue (gli unici specializzati in lingue orientali nel meridione) e sul trasferimento dei proventi delle tasse degli studenti ragusani nelle casse del Consorzio stesso.
 
Quando gli interventi di sindaci, assessori, consiglieri e affini stanno volgendo quasi al termine, l’intera assemblea si sposta all’interno del Palazzo centrale dell’Ateneo, accettando così l’invito fatto dal Rettore qualche ora prima.
Il prof. Recca prende la parola in un’aula gremita affermando di voler rimandare alla diretta televisiva di stasera «la parte teatrale». Seguono una contestazione vivacissima, un coro di fischi e una confusione generale. Si urla un po’ di tutto contro il “Rettore non Magnifico”, quasi fosse una sorta di terapia di gruppo per il controllo dello stress.

 
Ristabilita la calma (tranne le frequenti interruzioni e le ripetute contestazioni), il Rettore ha ribadito che «l’Ateneo è compatto su questa linea; non è una decisione presa singolarmente da me, ma il risultato della consultazione del Senato accademico e del Consiglio d’amministrazione».
L’Ateneo di Catania non è messo economicamente bene: secondo le stime del prof. Recca 33milioni di euro sono i debiti avanzati da Kore e consorzio siracusano. I fondi a disposizione del Consorzio ibleo (circa 4milioni di euro) dovrebbero essere suddivisi tra la stabilizzazione del personale precario (1milione circa), costi di gestione (500/600mila euro) e adeguamento per il rischio sismico.
Recca è quasi categorico: «Non c’è nessun provvedimento da revocare. Le pulci le dovreste fare a Roma, al Governo e alla Gelmini, non all’Università».
 
Unico docente ad aver cercato di prendere la parola è stato Alessandro Lutri (professore di Antropologia culturale della facoltà di Lingue). Il suo tentativo di spiegare come il decreto 270 incida pesantemente sulle dinamiche accademiche viene coperto da una bordata di fischi e dall’esclamazione «O Lei è un bugiardo o è un ignorante», proveniente soprattutto dai politici schierati alla sinistra del presidente del consorzio Giovanni Mauro, che alla fine si è trovato a dover moderare l’incontro. Secondo la maggior parte dei presenti all’assemblea, il fantomatico Decreto 270 entrerà in vigore solo a partire dall’anno 2010/2011. In realtà l’applicazione di tale decreto ha avuto inizio nell’anno accademico in corso e dovrà concludersi (gradualmente, come specificato dalle direttive ministeriali) nell’a.a. 2010/2011.
 
«Voi, che siete le istituzioni – tuona il Rettore – avete il dovere di dire che con la formazione all’0,8% del Pil non si va avanti. Le stesse persone che a Roma votano le finanziarie con i tagli all’università, non possono venire qui a dire che il loro decentramento non si tocca. Se volete avere dei rapporti con l’Ateneo di Catania, dialogate con Catania secondo le sue regole e quelle della Crui di cui fa parte».
 
Le soluzioni per cercare di trovare un accordo che permetta al polo ibleo di sopravvivere sono – per tutte le parti in causa – tre: l’avvio di un procedimento giudiziario, l’apertura di un tavolo che tenga conto anche delle esigenze dettate dalla 270 (riguardante i requisiti minimi) oppure la ricerca di un sostegno da parte di altre università della regione. Il Magnifico ha più volte ripetuto di non sottovalutare l’ultima ipotesi.
 
Quello a cui si è assistito ieri è stato un incontro a tratti surreale; i pochi studenti presenti non hanno parlato, ad eccezione del rappresentante Mauro D’Asti, che ha fatto le veci del senatore accademico Riccardo Vella e del consigliere Antonino Currao. Alcuni universitari hanno lasciato indignati l’aula magna dopo aver assistito a due ore di bagarre politica affermando che si è parlato solamente della «salvaguardia dei propri portafogli» e solo marginalmente del ruolo degli studenti.


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