Quando si mise in dubbio la catanesità di Sant’Agata

Il 5 febbraio 1989, Catania festeggiò la propria Patrona con un dubbio, anzi, con un terribile tormento: la propria eroina, Sant’Agata, poteva non essere catanese. “La Sicilia” decise, il giorno in cui la Chiesa ricorda il sacrificio di Agata e la cittadinanza tutta manifesta, con la devozione, il suo amore cittadino, di pubblicare in prima pagina un articolo di Giuseppe Giarrizzo dal titolo “Ma Sant’Agata non era catanese”.
 
E’ stato un episodio che ha, evidentemente, disorientato i fedeli, come se si decidesse di affermare che “l’Etna un giorno era a Messina e poi, all’improvviso, ce lo siamo ritrovato a Catania” come ci ha raccontato il signor Mazzeo, vicepresidente del Circolo Sant’Agata.
 
Tutto ha inizio da un documento, la seconda parte dell’encomio di San Metodio che, nella traduzione dal latino al greco, mostra evidenti differenze, manomissioni e falsificazioni. Nell’originale greco non vi è alcun accenno a Sant’Agata, mente in quello latino compaiono aggiunte di altra mano che fanno riferimento alle origini catanesi della Santa. E’ facile, pertanto, supporre che la testimonianza di San Metodio Vescovo sia stata falsata al fine di accaparrarsi un elemento che attestasse le origini catanesi di Agata.
 
“E’ la cosiddetta guerra dei santi – spiega la professoressa Marilena Modica, docente di Storia della Chiesa alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania – che, scatenata nel Seicento, caratterizza dispute tra città, per il consolidamento dell’identità culturale della città e per legittimare quel senso di appartenenza alla municipalità che il Santo poteva rappresentare”.
 

Abbiamo chiesto di ricordare quell’episodio all’autore dell’articolo, il prof. Giuseppe Giarrizzo.

Professore, cosa la spinse a pubblicare questo scoop?

«La tesi proposta dall’articolo, l’avevo già esposta in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico e fu accolta con caloroso consenso da parte del giornale cittadino che mi propose la redazione di un articolo».

 

Quali reazioni suscitò, in città, l’articolo?

«Successivamente all’articolo, sono stato oggetto di ingiurie telefoniche, nonché di pesanti insulti. La cosa, tuttavia, non mi ha stupito, in quanto rappresentava il comportamento tipico del devoto, del fedele il quale, con tale comportamento, credeva di rendere omaggio alla Santa, difendendola da coloro che reputa i nemici».

 

L’articolo si muove all’interno di ambiti rigorosi di ricerca storica, eccetto il titolo che si lascia trasportare da un impeto emotivo. Pensa che, un titolo diverso, avrebbe causato diverse reazioni?

«Il titolo, deciso dal giornale, aveva un’intenzione chiaramente provocatoria. La materia si inserisce in questioni che tendono ad affermare l’identità di una città, per cui le reazioni che sono scaturite,  rientrano in quel patriottismo cittadino che vede la religione e l’appartenenza ad un modello di santificazione quali elementi caratterizzanti e distintivi».

 

Nel suo articolo si “denuncia” chiaramente, un tentativo di falsificazione di fonti storiche per assicurarsi le origini catanesi di Sant’Agata. Perché avvenne la falsificazione delle fonti?

«La contesa circa le origini catanesi di Agata trova la sua massima espressione nel seicento, in seguito ad un processo di stabilizzazione, soprattutto nel Meridione, dei santi patroni. Tale processo  coincide con il desiderio di affermare la propria identità o supremazia nel territorio e, pertanto, si è disposti pure a falsificare fonti, a trovarne altre di carattere archeologico purché rientrassero nel raggiungimento dell’obiettivo. Proprio la vicenda di Sant’Agata rivela questa tendenza.

La vicenda si protrasse nel Settecento, dove troviamo un ulteriore elemento che giustifica la legittimazione di Sant’Agata: l’esigenza della nobiltà catanese di promuovere la Santa nelle fasi della ricostruzione a seguito della colata lavica del 1669 e del terremoto del 1693».

 

Non vi è dubbio che l’articolo abbia smosso una vicenda complicata, dove la sensibilità del lettore è direttamente proporzionale al suo grado di attaccamento per Sant’Agata e al modello che, per ciascuno, rappresenta la Patrona della città.

Come è indubbio che Sant’Agata, con la devozione che ispira, sia un fantastico melange di tradizioni, fede, folklore, che rendono la sua storia unica, inequivocabilmente vissuta e attestata.

Non possiamo, quindi, non condividere quanto concluso, dal prof. Giarrizzo nel suo pezzo del 5 Febbraio 1989: «Che importa? La leggenda e la fede avevano costruito una storia, che non è perciò meno vera di quello che impietosamente la scienza oggi ci consegna».

Riccardo Consoli

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