Processo Mori, l’amarezza di Agostino «Grande delusione e spreco di denaro»

«Una grande delusione, che altro posso dire? Tanti soldi dei cittadini sperperati per accertare la verità che, ancora una volta, non sono serviti a nulla. Non c’è più la voglia di continuare». Non nasconde la sua amarezza Vincenzo Agostino, il papà di Antonino, il poliziotto ucciso dalla mafia assieme alla moglie Ida Castelluccio in un agguato mafioso nel 1989, presente oggi alla lettura della sentenza d’assoluzione di Mario Mori e Mauro Obinu, sotto processo per favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano. Vincenzo, che da 27 anni non si taglia la barba e ha giurato di non farlo fino a quando non saranno in cella gli assassini del figlio e della nuora, da allora non manca mai a una ricorrenza o un anniversario, convinto che la guerra contro la mafia si esercita soprattutto attraverso la memoria. E la ricerca della verità: una verità che insegue da troppi anni e la sua speranza ora comincia a vacillare

«Speravo moltissimo in questo processo e nella giustizia – dice a MeridioNews.it  Agostino – ma anche stavolta la verità non è venuta a galla perché, lo dico chiaramente, questa sentenza non mi convince. Ancora una volta gli scheletri sono rimasti nell’armadio, non li vogliono tirare fuori. Mi sembra veramente una perdita di tempo e spreco di denaro: 23 anni e decine di passerelle per non approdare a nulla, veramente una cosa assurda». Una delusione che lo tocca da vicino, nonostante i recenti sviluppi legati alla indagini sull’assassinio del figlio: a febbraio, infatti, nel bunker dell’Ucciardone, Vincenzo ha riconosciuto Giovanni Aiello, l’ex poliziotto della squadra mobile di Palermo, chiamato faccia di mostro, accusato di essere un sicario al servizio delle cosche, e collegato in qualche modo all’esecuzione di Antonino e di sua moglie.

«Quando è entrato l’ho riconosciuto subito – ricorda – anche se aveva cambiato il colore dei capelli, da biondi a scuri. Ma il suo volto mi è rimasto impresso in maniera indelebile. Però, dopo questa sentenza, comincio a non aver più fiducia nella giustizia. E noi, parenti delle vittime di mafia, che andiamo in giro per incontrare i ragazzi, per formare le loro coscienze, come possiamo ancora raccontare loro di verità? Se la giustizia non dà risposte, come possiamo presentarci in queste piazze?». Tra pochi giorni, infatti, cadrà il 24esimo l’anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita per mano mafiosa il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della sua scorta. Agostino lascia intendere che comunque andrà, per rispetto di tutti coloro che «sono stati  ammazzati dalla mafia e dei loro cari. Ci andrò ma non per fare passerella, ma per ricordare il loro sacrificio. con il cuore. E poi perché i ragazzi della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, sono ormai solo numeri: l’identità l’hanno persa perché nessuno li nomina più».


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