«Precario sì, ma Giornalista»

Ventisette anni dopo la morte del direttore de I Siciliani, il Premio Giuseppe Fava viene assegnato a sei cronisti calabresi. “Quest’anno abbiamo scelto il giornalismo giovane e dalla schiena diritta” – ha detto Elena Fava durante l’assegnazione del premio, come di consueto il 5 gennaio, anniversario della scomparsa del padre. Un’occasione per discutere di giornalismo al Sud e di lotta alle mafie partendo proprio dall’informazione. Ne parliamo con Lucio Musolino, uno dei sei giornalisti premiati.  

Fino a poco tempo fa scrivevi ancora per Calabria Ora, il quotidiano dove sei cresciuto. Lincenziato dalla tua redazione dopo aver subito una serie di avvertimenti e intimidazioni, oggi sei giornalista precario eppure porti a casa il “Premio Giuseppe Fava 2011”. Tanti non conoscono la tua storia che ti accomuna ad altri giovani colleghi premiati con te…
La mia storia è un po’ singolare. Negli ultimi quattro anni ho sempre lavorato così come so fare e ho fatto col precedente direttore di Calabria Ora, Paolo Pollichieni. Dopo le sue dimissioni si è rotto qualcosa con gli editori che hanno cominciato insieme al  nuovo direttore, Piero Sansonetti, a censurare pezzi su pezzi. Il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, il mese scorso, dopo la mia apparizione ad Anno Zero, mi ha querelato chiedendomi 1 milione e mezzo di euro di danni. Eppure io non ho scritto cose diverse rispetto a quattro mesi prima che si dimettesse Pollichieni. Ho pubblicato alcune informative dei Ros, ordinanze di tribunale, nient’altro che i fatti, fatti che includevano il presidente della Regione.        (Qui una replica di Sansonetti, ndr).

Ed è proprio dopo la puntata di Santoro ad Anno Zero che si è parlato di voi, dell’informazione in Calabria, della ‘ndrangheta al Sud e non solo…  Come interpreti il risveglio mediatico su tematiche di questo tipo? 
Ritengo importante tenere sempre alta l’attenzione su fatti del genere, scriverne, parlarne in pubblico, alla tv e raccontare le proprie storie. Anche incontri come questo del 5 gennaio sono necessari. Non è da tutti trattare tematiche del genere a casa propria. Noi viviamo qui, in Sicilia, in Calabria e non a Bolzano. Sappiamo bene che qua di ‘ndrangheta o di mafia non si parla, sappiamo bene che qua il politico potente non si tocca. 

Ti senti vicino al modello di giornalismo di Pippo Fava?
La storia di Giusepe Fava è un po’ la storia del giornalismo d’inchiesta, di un giornalismo senz’altro irriverente ma, purtroppo, per lo più sconosciuto sia in Sicilia che in Calabria. Penso che prima di tutto vengano sempre le notizie e che i veri editori in fondo sono i nostri lettori. E’ necessario un patto di onestà tra il giornalista e i propri lettori. Se questi leggono un nostro articolo è perché vogliono trovarci dentro la verità, la notizia. Spesso, però, qui da noi questo non avviene. Qui assistiamo troppo spesso a esempi di giornalismo, così come lo ha definito il procuratore Gratteri, “da maggiordomo”, un giornalismo che per qualche consulenza in più preferisce nascondere una notizia e aggraziarsi la simpatia del politico di turno, del magistrato di turno.

In termini di informazione libera, da cosa pensi bisogna ripartire in Calabria ed in Sicilia?
Alcuni colleghi mi dicono: autocensurati, fai meglio! In realtà penso che per ripartire davvero, dovremmo ritornare ad un giornalismo vecchio stampo. In questi territori non è in discussione come si danno le notizie. E’ in discussione se dare o non dare certe notizie, e questa è una cosa gravissima. Il danno non è solo per i giornalisti che vengono messi da parte, intimiditi o epurati da una redazione, come è successo a me. Il danno maggiore, ripeto, va ai lettori. Per oltre 40 anni in Calabria c’è stato solo un giornale e qui a Catania non si può dire diversamente… Quando su un territorio esiste un solo testata d’informazione, il giornalista non si deve preoccupare di bucare una notizia. Che venga data oppure no, rilevante o meno che sia, nessuno ci farà caso. Quando nello stesso territorio, invece, ci sono più giornali, questo non avviene, ovviamente sempre nel limite della buona informazione.

Quindi è un problema solo di concorrenza editoriale?
Il problema non è solo la concorrenza editoriale. I giornalisti non sono eroi, eppure trattare determinati argomenti può esporli a rischi elevati e metterti in rotta di collisione con i propri editori, con i colleghi, con il potere politico che poi reagisce sugli editori. Posso dire che, dopo essere stato epurato dalla mia redazione, rispetto a molti altri,  sono stato fortunato. Già da un anno collaboro col Fatto Quotidiano e da due mesi con La7. Questo mi consente di andare avanti, di continuare a scrivere e trattare gli argomenti che ho sempre trattato. Insomma, meglio precario ma precario Giornalista.  


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