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Ponte sullo Stretto, cresce la paura degli espropri a Messina: «Non siamo pacchi postali»

La parola «esproprio» basta da sola a generare ansia, paura, smarrimento. E quando arriva accostata al nome del Ponte sullo Stretto, il timore si trasforma in panico per molte famiglie messinesi. In questi giorni, tra Contesse, Villaggio UNRRA e Torre Faro, si respira un clima di crescente confusione. I tecnici della Stretto di Messina spa sono in campo per i primi sopralluoghi, mentre i cittadini si interrogano: «Ci esproprieranno davvero?», «Perderemo la casa?», «Quando accadrà?». Le paure hanno volti, nomi e voci. «Ho due figli disabili in casa, non posso semplicemente spostarmi da un giorno all’altro. Voglio sapere dove dovrei andare, chi mi aiuterà. Non siamo pacchi postali», spiega una residente con la voce rotta dall’angoscia durante un incontro pubblico a Torre Faro. Un altro espropriando, piccolo imprenditore della zona, aggiunge: «Ho investito tutto in un’attività che adesso mi dicono dovrà essere demolita. Mi offrono un’indennità, ma quanto tempo ci vorrà per riceverla? E intanto come faccio a riaprire da un’altra parte, con quali soldi e garanzie?». E ancora, una donna anziana: «Ci sentiamo abbandonati. Veniamo a sapere le cose dai giornali o da mappe complicate?».

I documenti pubblicati dalla società Stretto di Messina contengono elenchi catastali dettagliati: particelle, indirizzi, nominativi. Ma non tutte le proprietà indicate saranno abbattute. A chiarirlo è una tabella tecnica allegata, che distingue caso per caso la natura dell’intervento. È qui che entra in gioco il concetto di “asservimento”, spesso confuso con l’esproprio. Secondo il Testo Unico in materia di espropriazione per pubblica utilità, l’asservimento non comporta la perdita della proprietà. Il bene resta del proprietario, ma il suo utilizzo è limitato, in modo permanente, per fini pubblici: gallerie, condutture, sottoservizi. Non è un abbattimento, ma una servitù permanente, per cui è prevista un’indennità proporzionata al danno subito. Una procedura nota nei grandi cantieri, ma che nel caso del ponte assume dimensioni eccezionali.

«Nessuno si troverà fuori casa dall’oggi al domani». A rassicurare è Pietro Ciucci, amministratore della Stretto di Messina. I tempi, infatti, sono legati a due snodi fondamentali: la valutazione d’impatto Ambientale (VIA) e la dichiarazione di pubblica utilità da parte del Cipess. Solo dopo questi passaggi si potrà procedere con gli espropri veri e propri. Tuttavia, il meccanismo è già avviato: 51 espropri sono previsti solo nella zona di Contesse, dove è già pianificata la demolizione di un palazzo in costruzione. Nel mirino anche la fabbrica dei Conci, una parte della viabilità esistente e le aree cantierabili. In totale, le unità immobiliari coinvolte saranno 291.

A peggiorare il senso di precarietà, l’incertezza sulla localizzazione della nuova stazione ferroviaria, in bilico tra Gazzi e Contesse, e il ruolo ancora poco definito di RFI. Intanto, a Torre Faro, la resistenza si organizza. Durante l’incontro pubblico dal titolo «Diritti in gioco: espropri, cosa fare?», promosso da Casa Cariddi e dal comitato Noponte Capo Peloro, avvocati ed esperti hanno illustrato ai cittadini presenti i diritti e gli strumenti di tutela legale disponibili. L’obiettivo dichiarato: fermare il progetto attraverso ricorsi già depositati presso il Tar, la Corte Costituzionale e la Corte Europea.

«Ho disabili in casa. Se mi tolgono l’abitazione, come faccio? Dove vado?» ha detto, tra le lacrime, un’altra residente. Una voce tra tante, che racconta un malessere profondo, condiviso anche da chi non è direttamente colpito, ma teme per il futuro del quartiere. Il prossimo incontro a Casa Cariddi è fissato per venerdì 4 luglio e sarà dedicato a un tema cruciale: l’impatto idrico dei cantieri del ponte, che secondo le stime richiederanno fino a 5 milioni di litri d’acqua al giorno. Una cifra che solleva nuovi interrogativi, soprattutto in una Sicilia già colpita da crisi idriche ricorrenti.

Foto di Giovanni Isolino


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