Perché tanti fuoricorso nelle università italiane

Così, guarda caso, il 3+2 si rivela un ‘flop’. Ma visto che era un  flop anche il quadriennale, e che sono un flop, a quanto pare, anche i  corsi, come quelli della Facoltà di Legge, che si sono affrettati a  ricompattarsi in quinquennio, non sarà il caso di chiedersi come mai, in  qualsiasi maniera l’università italiana si articoli, i nostri studenti non riescono, nella stragrande maggioranza, a laurearsi in tempo? Non sarà che  ciò dipende anche da altri fattori? Ne volete qualcuno, improvvisato, lo confesso, con qualche foga, e senza alcun autorità statistica?

Pessima capacità di comunicazione delle Facoltà. Fatevi un giro sui siti  delle Università Italiane, e ditemi se uno studente è più probabile che vi si smarrisca, piuttosto che orientarvisi.

Scarsa capacità di gestione, sempre piu’ affidata alla buona volontà dei colleghi, piuttosto che a figure qualificate; in questa situazione, come ognun sa, anche la variazione di un piano di studio diventa una esperiena scoraggiante.

Servizi insufficienti: biblioteche aperte poco, consultazioni e prestiti in orari ridotti, dipartimenti impraticabili. Abbiamo girato abbastanza il mondo per sapere che, in tempo di ‘finals’, le biblioteche dei campus  americani rimangono aperte per tutta la notte…

Scarsa attrattività dell’ambiente universitario: pochissime le Università che si preoccupano davvero del ‘vissuto’ studentesco. Ma senza spazi di socializzazione, senza eventi di appartenenza, senza senso di identità, si fa presto a disamorarsi e a lasciar perdere gli studi.

Presenza strutturale di studenti ‘col lavoretto’. Sono quelli non proprio ‘lavoratori’, ma che affiancano allo studio un piccolo lavoro garante di una minima autosufficienza economica. Lodevole, ma l’esperienza dice che in questi casi si fa presto a smettere di frequentare, a perdere colpi, ad andare fuori corso. Recuperare i giovani al ‘tempo pieno’ studentesco: c’è qualcuno che ci pensa? Proprio terribile tornare a parlare di ‘presalario’? (di cui, per esempio, il sottoscritto a suo tempo utilmente usufruì?).

Assenza di fatto – salvo eccezoni – di una selezione d’ingresso. Sia chiaro che, nella situazione italiana, io credo che sia meglio così: ma ciò significa affidare la selezione ad un processo ‘in itinere’. E cioè, per finire: siamo sicuri che il dato, ormai strutturale sotto ogni luna e sotto ogni ministro, degli studenti italiani che ‘non finiscono in tempo’, non sia un accidente, non sia colpa del 3+2, ma, molto semplicemente, il ‘nostro’ modo di selezionare gli studenti? Forse dovremmo rassegnarci (?) al fatto che, in mancanza di un serio e diffuso sistema di selezione iniziale, e quindi imbarcando ogni sorta di studente, l’intero corpo studentesco ne esce rallentato, in uno stillicidio di ‘autoselezione’ che potrebbe essere anche considerato una peculiarità del sistema.

Più in generale, sia per la Scuola, sia per l’Università, si tende troppo a pensare, a mio avviso, che il fallimento dipenda dai programmi, dai carichi di studio, dai docenti, ecc. Scuola e Università sono anche luoghi fisici, in cui si ha voglia di stare e di lavorare se sono luoghi gratificanti e funzionanti, in cui si sta bene, con un pieno senso di appartenenza. Ma se sono luoghi squallidi, poco accessibili, ‘respingenti’, poca meraviglia se i ragazzi ci stanno poco e ci studiano male.

* Riccardo Bruscagli è ordinario di Letteratura Italiana presso la Facolta’ di Lettere e Flosofia dell’Universita’ di Firenze.


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