Perchè non possiamo non dirci laici

Da qualche tempo, sull’onda delle «esternazioni» di George W. Bush, che famiglia e religione avevano redento per destinarlo a «reggitore del mondo», e del nesso che i teocons, le sue teste d’uovo, hanno rivisitato tra pratica religiosa e conservatorismo politico, è in atto anche da noi una minicrociata all’italiana di laici (o autoproclamati tali) per la «conversione» o riconversione di altri laici alla religione. La figura di punta, il «crociato» dell’impresa è Marcello Pera, filosofo della scienza e presidente del Senato. Colse al balzo l’incidente europeo di Buttiglione, si schierò con accento devoto per «le radici cristiane dell’Europa», scrisse di «Verità» in un discorso amebeo con l’allora card. Ratzinger, tornò con autorevole cipiglio a spiegarci «perché non possiamo non dirci cristiani» – superando così d’un balzo le residue riserve di Benedetto Croce. E per il momento ha concluso, con accenti profetici, che il trattato europeo, alias la costituzione europea «è morta» per la stessa ragione per cui era malnata, giacché, non avendo l’anima religiosa, non interpretava questo «ritorno alla religione» che è – a giudizio di Pera – il vero segno dei nostri tempi, di tempi tribolati.

Prima di altre considerazioni, rendo esplicito il disegno argomentativo che regge la crociata: i nostri tempi sono tempi difficili (terrorismo islamico, globalizzazione, crisi di valori, razzismo, insicurezza, ecc.); l’umanità europea si affida alla «religione» per sottrarsi all’angoscia di minacce locali e planetarie e per trovare al tempo stesso sbocchi positivi alle proprie incertezze. Si affida o deve affidarsi? Religione o religione cattolica? Non sono, come ognun vede, alternative da poco. Laico, da sempre rispettoso del bisogno e del diritto individuale e collettivo della «ricerca religiosa», trovo questo chiacchiericcio un documento tra i tanti dell’impoverimento drammatico della vita morale, etico-politica di questa Italia del terzo millennio. La storia moderna dell’Europa è piena di questi annunci sulla religione che se ne va, e sulla religione che torna: e quegli annunci sono stati allora come ora un modo di leggere gli astri, vale a dire l’illusione di poter tradurre in «fede» il dubbio su passate certezze, su tradizioni morali e comportamenti anacronistici, cioè nell’affidarsi a portatori istituzionali di verità non soggette, né assoggettabili a dubbio. La polemica, che non è di ora, di Benedetto XVI contro il «relativismo» ha qui il suo centro: è un grave errore per papa Ratzinger dubitare di Verità che mutati rapporti socio-culturali, dall’accesso di nuovi soggetti alla partecipazione politica alla «liberazione sessuale», dal rigetto dell’autoritarismo alla «ricerca del benessere», hanno messo in discussione – soprattutto in materia di istituzioni ecclesiastiche (matrimonio dei preti, sacerdozio femminile, ecc.) e di pratiche morali (rapporti sessuali extraconiugali e non diretti a procreazione legittima, prevenzione di malattie genetiche, ecc.) – principi dichiarati della tradizione cattolica.

Presupposto costante è l’accumulo di riserve, ancor esse consuete, sui poteri della ragione, sulla pretesa razionale di conferire senso e significato alle cose, ed il conseguente ricorso al «pensiero reazionario». Nel caso italiano, ciò è facilitato da un evidente declino sul versante della pedagogia civile: il revisionismo storico a pagamento, il ricorso concitato a «commissioni parlamentari d’inchiesta» per la ricerca del vero storico, l’apologetica della «sincerità» dei fascisti o della statura «storica» dei loro esponenti, insieme con la Resistenza degradata a vendetta privata e a guerra civile, hanno riportato in auge i portatori del risarcimento franchista delle vittime della guerra di Spagna. E l’Italia della nostra Destra torna, via Cl, Opus Dei e Papa Boys, a posizioni che neppure la Spagna di Aznar e il clero spagnolo difendevano.

V’ha chi voglia leggere in questa «restaurazione» d’un passato che pareva sepolto un ritorno alla religione? Lo scontro sui quesiti referendari, il modo con cui è stato segnato il fronte tra gli schieramenti, il suggerimento «politico» delle gerarchie cattoliche ad uno dei fronti in causa, quale che sia l’esito nel merito, lasceranno perciò nel corpo del paese ferite destinate a lenta rimarginazione, esposte a diventare torpide o infette: dal momento che si attribuirà alla Sinistra il monopolio della morale laica, e alla Destra la domanda di un «ritorno alla religione». La «religione», come un corpo di valori tradizionali e non più ricerca individuale della Verità, diventerà l’elemento di divisione tra gli schieramenti politici – nella pretesa di surrogare la proclamata morte delle ideologie con una camuffata «guerra di religione».

Con la conseguenza di imporre ad un paese stremato moralmente e preoccupato della presente condizione il sudario d’una falsa lotta di principi che o non sono tali, e comunque non rispondono agli appelli responsabili di chi invoca sinergie e convergenze, e insiste sulla ricerca di valori condivisi; o svuotano ad astuzia tattica l’auspicio solenne che cessi ogni guerra mossa in nome della religione. E vorranno i cattolici nostrani ridurre a meschina ipocrisia la reiterata domanda di perdono per crimini del passato, e la correlata «purificazione della memoria» – oggetto di estenuate sottigliezze teologiche del prefetto della Congregazione per la verità della fede?

Storicamente, nella tradizione intellettuale dell’Europa, la «religione» – al di là del ricorso del potere ecclesiastico al braccio secolare, generosamente compensato con l’alleanza fra Trono e Altare – è stata ricerca, e tale è apparsa anche a chi «crede», vale a dire possiede un patrimonio di persuasioni ereditate o acquisite di cui ha affidato la tutela, la gestione a soggetti abilitati entro una chiesa, che può essere o uno spazio fisico o ideale, o ricevere persino la sublimazione teologica a corpo mistico. Il percorso della «modernità», in cui il laico si riconosce, è stato il passaggio dalla domanda di tolleranza per soggetti e persuasioni «diverse» alla libertà religiosa – che non appartiene solo al «laico» identificato per comodo col miscredente o con l’ateo, ma anche al credente, ad un laico che è tale perché non sottoscrivendo una delega in bianco ad alcuno, istituzione o individuo, affida alla sua morale responsabilità la ricerca del vero e della salvezza: non perciò rinuncia a cercarli, a governare i principi dei quali risponde, e che, anche all’interno di una struttura ecclesiale, di cui riconoscesse la origine divina, non delega ad altri lo sforzo di (ri)visitarne i fondamenti. Quel che importa per dirsi laici è di non accettare come definitive le «certezze» del superiore, ma di continuare la ricerca della Verità con gli strumenti che la sua umanità possiede e adegua nel tempo: se il tempo non deve essere solo chiamato a nascondere, ma a disvelare le verità che cerchiamo e di cui abbiamo bisogno.

Giuseppe Giarrizzo


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