Dal bar alle commissioni, anche in famiglia. Mentre qualcuno timbrava per loro il cartellino. Sono circa 50 gli episodi di assenteismo alla Reset, società partecipata dal Comune di Palermo, ricostruiti dalla procura. Per nove dipendenti è scattata l’accusa di truffa aggravata, con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Due di loro dovranno rispondere anche di […]
Le accuse per gli operai Reset assenteisti: dal barbiere alla spesa con la moglie
Dal bar alle commissioni, anche in famiglia. Mentre qualcuno timbrava per loro il cartellino. Sono circa 50 gli episodi di assenteismo alla Reset, società partecipata dal Comune di Palermo, ricostruiti dalla procura. Per nove dipendenti è scattata l’accusa di truffa aggravata, con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Due di loro dovranno rispondere anche di peculato, per aver utilizzato l’auto di servizio per attività personali. A far partire l’indagine è stata la stessa Reset, con una denuncia alla Digos del presidente Fabrizio Pandolfo. Da quel momento, gli agenti hanno iniziato a installare e visionare delle telecamere nella sede della società e ad effettuare dei pedinamenti dei dipendenti infedeli.
Il sistema della timbratura collettiva
In un caso, le telecamere immortalano Giuseppe Santonocito, uno degli indagati, mentre copre la fotocellula del cancello con un guanto per evitare che si richiuda e potere uscire con l’auto di servizio. Lo stesso sarebbe stato visto dagli inquirenti mentre timbrava i cartellini di vari colleghi, facendoli figurare al lavoro seppure assenti. «Un fenomeno di assenteismo ben strutturato e reiterato – scrive il giudice per le indagini preliminari – con l’impiego distorto dei meccanismi di rilevazione delle presenze e l’apporto collaborativo di colleghi compiacenti, in dinamiche di reciproca agevolazione».
Il ruolo del caposquadra
Un sistema ormai rodato, insomma, che consentiva agli indagati «di allontanarsi dal luogo di lavoro per dedicarsi a occupazioni di natura privata, sottraendosi così, in tutto o in parte, alla prestazione lavorativa dovuta». Per andare al bar, dal barbiere o anche a fare la spesa con la moglie. Tra i nove dipendenti indagati, anche il sindacalista e caposquadra Antonino Mercante che, secondo il giudice, in virtù del ruolo avrebbe dovuto avere un «più elevato dovere di correttezza, oltre che una particolare capacità di incidenza sull’operato degli altri».