Operazione Lockdown, in carcere pure un brigadiere dei carabinieri. Dietro i contributi la complicità dei colletti bianchi

Soldi che sulla carta servivano per aiutare imprese e professionisti durante l’emergenza Covid-19 ma che venivano erogati sulla base di documenti falsi. Una presunta truffa organizzata su più livelli con la complicità di un funzionario bancario e di altri professionisti specializzati nel disbrigo pratiche e nell’accesso a finanziamenti. Questo il cuore dell’operazione Lockdown che questa mattina, a Catania, ha portato dietro le sbarre cinque persone mentre per altri cinque è scattato l’obbligo di dimora. Gli indagati in tutto sono 25 e tra loro ci sono anche i beneficiari compiacenti degli indebiti finanziamenti.

In carcere Paolo Marragony, di 50 anni; il funzionario di banca Unicredit Alessandro Mirabella, di 62 anni; il direttore generale di Co.Fi.San Andrea Pappalardo, di 46 anni; Michele Adolfo Valerio Pilato, di 65 anni e Gabriele Santapaola, di 39 anni. A Marragony, brigadiere dei carabinieri in servizio nel capoluogo etneo, viene contestato anche il reato di accesso abusivo a un sistema informatico protetto, avendo più volte consultato le banche dati di polizia per finalità diverse da quelle connesse al servizio. Il provvedimento cautelare nei suoi confronti è stato eseguito congiuntamente da carabinieri del comando provinciale di Catania e da personale della squadra mobile della questura etnea. Santapaola è ritenuto un esponente del clan oltre a essere fratello di Francesco Coluccio Santapaola, che non è coinvolto in questa indagine ma è ritenuto di essere stato reggente della famiglia Cosa nostra. Disposto il sequestro di 380mila euro, come stabilito dal giudice per le indagini preliminari. Le indagini risalgono all’arco temporale compreso tra marzo e novembre del 2021 e riguardano 13 pratiche.

Gli indagati, sfruttando anche la semplificazione procedurale sancita dalla legislazione d’urgenza dettata dall’emergenza sanitaria, riguardante le procedure per la concessione del finanziamento per imprese, lavoratori autonomi e liberi professionisti titolari di partita Iva, avrebbero assicurato a beneficiari compiacenti l’accesso ai finanziamenti, istruendone la relativa pratica sin dalla predisposizione della falsa documentazione reddituale ai fini dell’indebita erogazione del contributo. Un ruolo centrale sarebbe stato rivestito da Pappalardo che, grazie all’incarico apicale svolto, avrebbe convogliato le istanze prodotte dai vari professionisti verso dirigenti di istituti di credito compiacenti come Mirabella, il quale, a sua volta, avrebbe assegnato tali pratiche a fidati funzionari della banca (estranea ai fatti contestati, ndr), che, dietro indebito pagamento di una somma di denaro, le avrebbe deliberate positivamente o, qualora irrimediabilmente viziate, ne avrebbe consigliato il ritiro così da poter essere ripresentate una volta rettificate. Parte dei soldi di questo presunto raggiro sarebbero finiti nelle casse di Cosa nostra ed è per questo motivo che ad alcuni degli indagati – Marragony, Mirabella, Pappalardo e Pilato – viene contestata l’aggravante di avere agito per aiutare i Santapaola.


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