Cara Mineo, retroscena dell’assassinio della donna Testimonianza dei figli e l’ipotesi movente passionale

«Dad killed mom». Tre parole in inglese per mettere le forze dell’ordine sulla pista decisiva. Quella che ha portato all’arresto del «papà che ha ucciso la mamma». Bill Francis, uomo di 30 anni, fermato nel pomeriggio di ieri con l’accusa dell’omicidio della moglie nigeriana Miracle Francis. Sgozzata la sera dell’1 gennaio con un coltello da cucina mentre si trovava nel suo appartamento all’interno del Centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Mineo. Lei, arrivata in Sicilia dalla Libia nel dicembre 2016, era in attesa dello status di rifugiata. Lui, proveniente dal Mali poco prima, non era ospite della struttura siciliana e si trovava irregolarmente nell’Isola dal periodo di Natale. Dopo essere partito da un centro per migranti di Mortara, provincia di Pavia, e avere attraversato l’Italia. Per poi fare ritorno indietro, secondo i suoi piani ricostruiti dagli inquirenti, dopo la morte della moglie

Gli agenti della polizia di Catania lo hanno arrestato nel capoluogo etneo, mentre si trovava nei pressi di una fermata dell’autobus e di un internet point che effettua il servizio di money transfer. Bill Francis si era reso irreperibile ma non aveva i soldi necessari per comprare un biglietto e scappare. Ecco perché, secondo la polizia, era in attesa di un trasferimento di denaro. In tasca aveva anche un pezzo di carta con appuntati i nomi dei due figli e della moglie. Sulle sue braccia c’erano dei segni. Graffi e piccoli lividi che secondo le forze dell’ordine sarebbero compatibili con una colluttazione avuta con la vittima. 

Secondo quanto appreso da MeridioNews la 26enne è stata trovata distesa in una pozza di sangue in prossimità dell’ingresso di un appartamento. Lo stesso dove risiederebbe un secondo uomo con cui la vittima potrebbe avere avuto una relazione. Dietro il delitto, è questa una delle ipotesi, si celerebbero proprio dei motivi passionali, con l’assassino forse intenzionato a portare lontano da Mineo la moglie e i figli di 8 e 6 anni. Sono proprio loro, assistiti dagli psicologi, ad avere raccontato alcuni particolari agli investigatori. Compreso il fatto che il padre era arrivato nel calatino da circa tre settimane. Ci sono poi le testimonianze del personale della Croce rossa, arrivato nell’alloggio dopo l’omicidio. Gli agenti insieme a quest’ultimi hanno sentito i vicini di casa. Qualcuno avrebbe spiegato che la donna era in compagnia del marito quando si sono sentite le urla della vittima, ma nessuno avrebbe visto niente.

Dentro l’alloggio la polizia ha trovato un frigorifero pieno di bottiglie di alcolici. Particolare che farebbe presumere che la donna era dedita allo smercio abusivo all’interno del Centro d’accoglienza. Il fatto di sangue ieri ha fatto registrare dei momenti di tensione nella struttura con la comunità nigeriana che si sarebbe mobilitata, senza successo, nella ricerca del presunto autore del delitto. Gli inquirenti hanno anche sequestrato l’arma utilizzata: un coltello di 13 centimetri sporco di sangue. L’uomo, accusato di omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi, avrebbe colpito moglie alla giugulare con un singolo colpo.

Questo omicidio riaccende il dibattito sulla sicurezza nel Cara. Un centro enorme, paragonabile a una piccola cittadina con migliaia di richiedenti asilo, che spesso le forze dell’ordine non riescono a gestire. Come sottolinea il procuratore di Caltagirone Giuseppe Verzera che lo definisce anche oggi come «ingovernabile». 


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