Racconto di Natale Sdraiato sopra un letto malridotto le molle del materasso feriscono la mia schiena. Nessun corredo, solo una coperta strappata, macchiata di sangue di chi sa quale malato, emana un odore nauseabondo, sotto la testa un cuscino troppo sottile per i miei gusti, ma da cinque mesi mi sono abituato a tutto questo...
Non è mai Natale per tutti
Sdraiato sopra un letto malridotto le molle del materasso feriscono la mia schiena. Nessun corredo, solo una coperta strappata, macchiata di sangue di chi sa quale malato, emana un odore nauseabondo, sotto la testa un cuscino troppo sottile per i miei gusti, ma da cinque mesi mi sono abituato a tutto questo e tengo la mano screpolata sotto la guancia per fare spessore. Qualcosa mi sfiora la guancia sinistra, tocco con lindice e scopro una goccia dacqua, mi giro e unaltra mi colpisce la fronte. Aguzzo la vista nella poca luce, il tetto sta cadendo a pezzi, lintonaco non si vede più, solo assi di legno accatastate ormai fradice sono impotenti contro una leggera pioggerella. Mi rigiro e osservo il muro, è come il tetto, solo che questa volta si vedono il rosso argilla dei mattoni, lontano dal mio letto un esplosione ha causato un buco di un metro di diametro, è stata riparata alla belle meglio con assi di legno e chiodi e un materasso sopra ormai zuppo. Non riesco a fare a meno di muovermi per cercare qualcosa di meno deprimente, invece davanti a me si parano unaltra trentina di letti come il mio, e sopra malati e feriti di guerra come me. Il letto che ho vicino è vuoto, era occupato da un uomo più grande di me, tre ore fa quando lo avevano portato qui gridava in inglese I want my wife, I want my son, poi è entrato in un breve coma ed è morto dopo circa due ore. Gli altri malati si lamentano per il dolore, alcuni dormono, e altri stanno in silenzio come me. Fuori rumori di spari ed esplosioni, chissà quanti morti, chissà quanti feriti e dio ringrazi se ci sono gli incolumi: spero solo che quegli incolumi non siano gli stessi bastardi che hanno sparato. Molto lontano da me un uomo urla disperatamente, ha una pallottola conficcata nella coscia e ancora non lhanno tolta, i medici sono indaffarati in casi più urgenti. Si apre la porta di metallo ed entra una crocerossina, una bella donna con la faccia segnata ed imbruttita da tutto ciò che ha visto da quando sta qua. Si avvicina alluomo, gli somministra un antidolorifico via siringa, gli accarezza la fronte e se ne va chiudendo la porta dietro sé.
In ogni letto persone diverse, di chissà quale paese e religione, tutte sconosciute, alcune neanche viste nel buio di questa stanza, ma tutti siamo accomunati dal fatto di essere qui, e prima di essere qui dallamore per la nostra patria e dagli ideali giusti che alimentano il nostro cuore e ci hanno spinto a fare la guerra per sconfiggere i cattivi, nel mio caso i terroristi. Nessuno ha ancora vinto e nessuno vincerà ma gli uomini continueranno a fare la guerra e a fare altri feriti come noi, o ancora peggio morti. Da stamattina sono qua, tutto per colpa di una mina innescata da un altro soldato, lui è morto, io che non ero molto distante da lui, ho perso il braccio destro. Un dolore indescrivibile, alcuni mi hanno portato in questo ospedale decadente con la Jeep verde mimetica. Mentre il medico mi stava curando, sono entrati tre talebani, uno di loro ferito; gli altri due hanno minacciato di fare una strage se il medico non avesse curato immediatamente il loro compagno. Aspettai venti minuti e poi il dottore tornò a curarmi. Fasciò ciò che restava del mio braccio e ordinò a due infermieri di portarmi qua. Ancora non ho avuto il coraggio di voltarmi verso destra e guardare quelle fasciature. Decido di farlo adesso, mi giro lentamente con gli occhi quasi chiusi, poi li apro e e non trovo niente. Infatti non ho niente. Il mio fisico ormai è deturpato. Nella mia mente la figura di Paola, la mia ragazza. Cerco dimmaginarmi la sua espressione di compassione. No. Perché farmi del male così?.
Resto senza pensieri. Il telefono satellitare squilla. Lo prendo e rispondo. È Paola. La sua voce lieve e dolce mi sussurra Amore ciao, come stai?
Bene
Sicuro? A me sembra proprio di no
Sì, sono solo stanco
Perché dirle che mi manca un braccio? Perché raccontarle che sono morte un altro centinaio di persone? Che sono esplose altre cinquecento mine e sono stati sparati milioni di proiettili? Per fortuna potevo salvarmi con quel Sono stanco e chiudere il discorso lì.
Lei mi dice Ok, non vedo lora che ritorni!
Anche io perché mi hai chiamato? Di solito chiami il giovedì!
Con la sua voce piena di felicità risponde
Come perché?… Volevo augurarti un Buon Natale!
Una fitta allo stomaco. Era Natale. Non sapevo neanche la data dei giorni, ormai passavano uno dietro laltro, sempre più carichi di sofferenze. Una lacrima mi riga la guancia. Tengo il discorso per un po, poi stacco.
Natale. Da cosa dovevo capire che era Natale? Tutti gli anni passati a casa dei miei con tutti i parenti; fuori luci e alberelli, vetrine allestite con i più bei regali, le ninne con la fisarmonica, i babbi natale con la barba candida, i panettoni e i pandori. Pensando a tutto questo con attenzione guardo se cè un segno di questa festività, niente. Eppure eravamo tutti di nazionalità diverse e il Natale era la festa più conosciuta del mondo. Io ero senza un braccio, dove stava il mio regalo?
E i bambini? Gli stessi bambini che avevo visto quel giorno giocare per le strade, o quelli che erano morti per una mina, o quelli che erano costretti a imbracciare un kalashnikov, quelli che non avevano più i genitori, quelli che aspettavano il padre a casa e guardavano la madre preoccupata e anche lei non sapeva della morte del marito. Questi bambini cosa avrebbero avuto per Natale?