Quando lignoranza, il pregiudizio e lidolatria non accettano laltro e lo escludono. È la storia di Esclusi, spettacolo teatrale incentrato sui drammi di chi viene emarginato, andato in scena allAuditorium dei Benedettini, con Massimo Foschi unico attore e la regia di Lamberto Puggelli - I problemi sociali? Si affrontano a teatro
Nessuno escluso
“Essere creduti pazzi mentre si è solo poeti”. E chissà quale sia poi la differenza. A volte è così difficile tracciare un confine fra le due cose che, a un certo punto, l’una vale l’altra. È uguale. Si rischia in ogni caso l’esclusione dalla società, dagli affetti, dalla vita. O forse è un rischio che in fondo corriamo tutti, sempre.
Questo è infatti quello che si evince dallo spettacolo Esclusi, andato in scena giovedì 28 gennaio presso l’Auditorium “Giancarlo De Carlo” del Monastero dei Benedettini. Un recital che ha avuto come protagonista l’attore Massimo Foschi e inserito all’interno della rassegna di impegno sociale Il Teatro ai Benedettini, curata dal regista Lamberto Puggelli.
Attraverso i grandi della poesia, del teatro e della filosofia si è posto in primo piano, insolitamente al centro, l’Escluso. Quando ormai questa parola sembra richiamare più i meccanismi dei reality-show e dello sport, si è voluto ricordare il suo altro significato, quello più doloroso, quello di situazioni decisamente attuali, seppur spesso invisibili.
La voce del noto attore e doppiatore precede la figura che dopo qualche istante emerge dal buio e si dirige verso il centro dell’Auditorium dove ha inizio la narrazione. Sono le parole di Ennio Flaiano, per prime, a raccontare la storia di Franco Mezzagamba, pazzo. Una pazzia che porta all’autoesclusione, alla chiusura in sé stessi e a diventare “irraggiungibile”.
A costituire una barriera sono poi le mura del manicomio, di cui la poetessa Alda Merini ha provato la durezza. Mura che rinchiudono anche la donna presentata dalle parole dello psichiatra Mario Tobino, Lucia la “matta” che, suonando improvvisamente un pianoforte, fa scorgere dopo 26 anni “un mondo limpido dentro di sé”. Un mondo che mai nessuno conoscerà.
L’emarginazione è frutto della superbia, della malvagità e dell’egoismo dell’uomo che insinuandosi nelle gerarchie dei posti di lavoro possono causare non solo emarginazione ma anche alienazione, perdita dell’identità. Lo ricordano Giovanni Giudici e Langston Hughes.
Poi Foschi sembra abbandonare il tono serio e riflessivo quando fa notare che nel mondo del lavoro esiste un altro tipo di esclusione, quella dal lavoro stesso. In realtà si tratta di una situazione molto simile alle prime perché è causata –a quanto pare- sempre da una malattia. Anzi, questa condizione è chiamata proprio “in malattia”. E tutti si allontanano da chi è “in malattia”, perché questi non sarà sicuramente un buon soggetto e si potrebbe anche esserne contagiati. Figurarsi poi chi non scappa da chi è “in cassa integrazione” o è addirittura “disoccupato”. Perché in una società fondata sul lavoro, chi è al di fuori del ciclo produttivo non è legittimato ad esistere.
Nell’ antica Grecia, per purificare la città, si espelleva da questa il pharmacos, figura a metà tra il reietto e il salvatore. Si accusavano e si eliminavano spesso individui per motivi religiosi e politici. Come accadde a Socrate, condannato a morte dopo un processo di un giorno. “Processo breve!” – scherza Foschi, il quale però riesce subito ad incarnare la grande dignità del filosofo di fronte ai suoi giudici e alla sua condanna. È la forza di chi ama la verità, non scende a compromessi e obbedisce sempre e comunque alla legge.
La statura dell’attore permette un coinvolgimento particolare da parte del pubblico, in un momento che arriva improvvisamente all’alta riflessione filosofica, spezzando la coesione che vi era stata tra i testi precedenti. L’intensità poi cresce quando Foschi reinterpreta il suo Edipo ceco ed errante, di cui commuove l’intima disperazione.
Ci si addentra sempre più nella profondità inquieta dell’Escluso con il Martin Eden di Jack London, la cui irrequietezza invade l’Auditorium. Si sente come propria ogni sensazione del personaggio che il nostro istinto di autoconservazione vorrebbe tanto salvare dal suicidio.
Forti suggestioni sono date, in conclusione, dalla bellissima opera pirandelliana L’uomo dal fiore in bocca, che suscita i vigorosi applausi finali.
Lo spettacolo è stata un’ottima occasione per rivedere alcuni dei ruoli già interpretati da Massimo Foschi durante la sua carriera. Frammenti diversi e lontani il cui accostamento è risultato quasi sempre molto convincente ed efficace, a volte un po’ forzato. In ogni caso un eloquente richiamo all’esame di coscienza da parte di ognuno e all’apertura verso il prossimo, qualsiasi “malato” o “diverso” questo sia.