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Movimento 5 Stelle: in Sicilia la strategia del capofila tra radicalità e realpolitik


Se il Pd siciliano, in questo momento storico, cerca la piazza, il Movimento 5 Stelle sta provando a recintarla. L’analisi delle agenzie e dei comunicati degli ultimi 15 giorni restituisce l’immagine di un movimento guidato da Nuccio Di Paola che ha smesso i panni della forza di protesta pura per indossare quelli del perno indispensabile di qualsiasi alternativa a Renato Schifani. Ma è una metamorfosi che porta con sé nuove contraddizioni.

La sindrome del capofila e l’asse con Conte

Negli ultimi dieci giorni, il termine ricorrente nelle dichiarazioni di Di Paola è stato «capofila dell’alternativa». Il M5S non vuole essere un socio di minoranza del Pd, ma il baricentro della coalizione. Lo dimostra l’adesione massiccia alla manifestazione contro la militarizzazione dell’Isola e l’uso delle basi siciliane nei conflitti mediorientali non è solo pacifismo. È un segnale identitario forte: mentre il Pd deve bilanciare le proprie posizioni atlantiste, il M5S occupa il campo della radicalità, costringendo gli alleati a inseguire. Inoltre la recente visita di Giuseppe Conte a Niscemi, con l’annuncio di sostegni concreti a famiglie e imprese colpite dalla crisi, ha ribadito che la Sicilia resta il laboratorio nazionale del Movimento.

Le Amministrative 2026: il modello Termini come dogma

In vista del voto del 24-25 maggio in 71 Comuni, il M5S ha dettato la linea: nessun apparentamento tecnico al ballottaggio (come ribadito per il caso Caltanissetta), ma accordi politici chiari sin dal primo turno. Come nel caso di Termini Imerese. La ricandidatura di Maria Terranova è il vessillo della buona amministrazione pentastellata. Qui il Movimento dimostra di saper gestire il potere senza perdere (apparentemente) il contatto con la base. Ma anche ad Agrigento il M5S sta spingendo il Pd verso nomi civici o di rottura, rifiutando logiche di apparato che potrebbero sporcare l’immagine del Movimento. La strategia è chiara: meglio perdere da soli che vincere con un candidato che puzza di vecchia politica.

La battaglia sui beni comuni: acqua e rifiuti

Negli ultimi 15 giorni, il M5S ha attaccato frontalmente il governo Schifani su due dossier che toccano la carne viva dei siciliani. Il primo è quello relativo agli inceneritori. Il No deciso agli inceneritori di Schifani e Cuffaro è diventato un mantra. Il M5S denuncia la mancanza di una visione circolare, contrapponendo al modello delle grandi opere quello della gestione diffusa. Il secondo, ma non per importanza è quello relativo alla emergenza Idrica. Nonostante le piogge eccezionali di aprile abbiano parzialmente alleviato la siccità, il Movimento continua a denunciare il fallimento nella gestione degli invasi.

Contraddizioni e sfide: il rapporto con Cateno De Luca

La vera incognita degli ultimi giorni è il rapporto con Sud chiama Nord. Di Paola ha lanciato una scossa a Cateno De Luca: «Scegli da che parte stare». La contraddizione operativa qui è evidente: per vincere la Regione nel 2027, il M5S sa di aver bisogno dell’onda d’urto del sindaco di Taormina, ma teme che l’irruenza di De Luca possa oscurare la leadership pentastellata. È un gioco di specchi dove il populismo di piazza (De Luca) si scontra con il populismo istituzionale (M5S).

Un Movimento che gioca d’anticipo

Il M5S siciliano di aprile 2026 appare più compatto e meno incline alle correnti rispetto al passato, ma resta prigioniero della sua stessa ambizione. Puntare alla leadership della coalizione significa doversi caricare la responsabilità di mediazioni difficili. I prossimi 15 giorni saranno decisivi per chiudere gli accordi sui listini delle amministrative: se il M5S riuscirà a imporre i propri nomi senza rompere con il PD, la strada per la sfida a Schifani sarà spianata. Altrimenti, il rischio è quello di una splendida solitudine che, in Sicilia, raramente porta alle chiavi di Palazzo d’Orléans.


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