Misure di prevenzione e beni confiscati alla mafia: il caso del documentario “Una Brusca Faccenda”

Quella appena trascorsa è stata un’estate rovente, anche dal punto di vista giudiziario e dell’antimafia. Il 5 giugno, infatti, è uscito definitivamente dal carcere Giovanni Brusca. Dopo quattro anni di libertà vigilata, venticinque di carcere e 150 omicidi commessi, tra cui la strage di Capaci e un bambino sciolto nell’acido, U scannacristiani è libero, tra lo sgomento della cittadinanza e dei familiari delle vittime di mafia. Ma un altro terremoto ha messo in discussione le attuali misure di prevenzione, ovvero la pubblicazione del documentario dal titolo Una Brusca faccenda, con cui i colleghi Roberto Disma e Sara Cozzi hanno dimostrato che l‘hotel Garibaldi, un bene confiscato alla mafia, è stato dato in gestione a Giorgio Cristiano, un nipote proprio di Giovanni Brusca. Da qui, è nato un intenso dibattito sulle misure di prevenzione e sull’eventualità di poterle modificare per renderle più idonee a prevenire determinati reati. Di tutto ciò ne hanno parlato Chiara Colosimo, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, e Tina Montinaro, presidente della Fondazione Antonio Montinaro, presentata nei giorni scorsi a Palermo. (Video)

«L’inchiesta è nata all’interno della redazione di Telejato, scandagliando le misure di prevenzione ci siamo chiesti da chi sono amministrate oggi le le aziende che furono gestite dal sistema Saguto, ovviamente esclusi gli innocenti o coloro che ancora oggi chiedono una giustizia che non gli viene riconosciuta – raccontano a Meridionews Disma e Cozzi -. Andando ad analizzare quest’aspetto, ci siamo imbattuti nel caso della Cedam Srl, cioè una società, di cui è amministratrice giudiziaria Marina Vajana, che ha stipulato l’affitto dell’hotel Garibaldi con la Cribea Srl di Giorgio Cristiano, un nome inizialmente anonimo, ma ci siamo resi conto in pochissimo tempo che effettivamente si trattava del nipote di Giovanni Brusca».

Quali sono i legami tra Giovanni Brusca e il nipote?

«Giorgio Cristiano è un cittadino incensurato e non ci sono indagini a suo carico, infatti lo ribadiamo più volte nel documentario, più che altro solleviamo degli interrogativi e delle perplessità per quanto riguarda le continue variazioni di capitale nelle sue società. Soldi che gli hanno consentito di passare da un capitale sociale complessivo intorno ai 25 mila euro del 2018, ai milioni di euro di capitale sociale odierno. Stiamo parlando della CRS Maraginvest di Roma e la Cribea Srl. Poi ci sono delle nuove entrate come la società SHC che è di Salvatore Cristiano, suo padre. Non si capisce, però, da dove arrivino questi soldi».

Con quale obiettivo avete confezionato il documentario?

«In primis abbiamo voluto sollevare il problema sull’arbitrarietà delle misure di prevenzione e sulla loro gestione. Perché non è normale che degli imprenditori onesti siano disperati e sull’orlo del baratro, mentre abbiamo il nipote di un rinomato mafioso, seppur collaboratore di giustizia – con un controversissimo percorso di collaborazione- che invece fa affari imprenditoriali col bene placido, evidentemente, del Tribunale di Palermo. Il secondo punto chiaramente non è quello attaccare Giorgio Cristiano, ma il sistema malato che ha portato a tutto ciò».

Molti non vogliono che siano modificate le attuali misure di prevenzione perché così le ha volute il giudice Giovanni Falcone…

«Le leggi sono fatte anche per essere modificate e aggiornate nel contesto temporale in cui vengono esercitate. Oltre a questo ci sono le interpretazioni, quindi è vero che questa legge l’ha voluta Falcone, ma è pur vero che spesso non è stata interpretata in modo corretto. Quindi crediamo che debba essere in qualche modo di rivista e dicendo questo non stiamo facendo un torto a Falcone. Anzi, penso sia il modo più giusto per portare avanti le sue idee. Tra l’altro è una legge che lui aveva pensato 30 anni fa, quindi è anche corretto aggiornarla a quella che è la nuova società».


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