Metropolitana, parla l’imprenditore Collini «Nel progetto c’erano diverse criticità»

Un appalto vinto nel 2000 con il massimo ribasso, per una cifra di nove milioni di euro, che nel giro di pochi anni passa per due varianti, ingrassando i costi per quasi 20 milioni. A raccontare cosa sia passato dietro i lavori delle metropolitana di Catania che collega la stazione centrale a piazza Galatea è l’imprenditore trentino Sergio Collini che in quei cantieri ha lavorato fino al 2008. L’impresario è stato sentito come testimone nel processo sul presunto utilizzo di cemento depotenziato nei lavori per le tratte
Borgo-Nesimapiazza Giovanni XXIII-piazza Stesicoro. In un primo momento indagato per corruzione, ha ottenuto l‘archiviazione nell’ottobre 2013 su richiesta della procura etnea. Alla sbarra, accusati a vario titolo di truffa in concorso e frode nelle forniture, sono rimaste otto persone tra cui l’avvocato Santo Campione, ex amministratore delegato della Sigenco spa, società che faceva parte del consorzio appaltatore Uniter.

«Nel progetto – spiega Collini al pm Antonino Fanara – emersero subito delle criticità». Da una condotta fognaria che lambiva i lavori di scavo fino a «uno strano evento», ossia la ristrutturazione di una casa privata in viale Africa con «dei lavori fatti anche nel sottosuolo» che rendevano problematica la prosecuzione dell’opera. Da qui la necessità di avere nuovi fondi per realizzare delle varianti al progetto iniziale. Un nome che ricorre costantemente durante l’udienza nelle parole dell’imprenditore trentino è quello di Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture del secondo governo Berlusconi ma anche amico di famiglia di Collini e consulente d’azienda. Fu proprio l’ingegnere emiliano – quando non era ancora ministro – a esaminare i lavori della rete fognaria e a dare le indicazioni che l’impresa fornì alla Ferrovia Circumetnea per la proposta di variante.

Collini, che a Catania ha lavorato anche per il completamento dell’ultimo lotto del nuovo ospedale Garibaldi – dopo essere subentrata alla Costruzioni Generali Cpg di Giulio Romagnoli (condannato a tre anni per turbativa d’asta,   ndr) – decise però di non partecipare alle gare per gli altri due tratti, finiti poi sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti. «Visto il nostro rapporto conflittuale con Fce, decidemmo di farci da parte» precisa. Ad attirare l’attenzione è però la documentazione che nel 2008 la Guardia di finanza sequestra negli uffici della Collini spa nell’ambito dell’operazione
Giano bifronte. Carte che secondo la Procura di Trento dimostravano un giro di corruzione e di aste truccate per alcuni appalti nell’Italia settentrionale.

Tra queste c’erano alcune annotazioni in cui, accanto a dei nomi, erano affiancate delle cifre. «Non abbiamo mai pagato mazzette – replica Collini – ma erano soldi che chiedevamo come aiuto a fornitori e subappaltatori per recuperare somme in nero in appalti da milioni di euro». Nell’elenco c’è un cognome, Fusco, su cui l’imprenditore smentisce un collegamento con i lavori di Catania: «Nel 2008 non rivelai a chi era riferito, oggi posso dire che si trattava di una operazione immobiliare». Nomi e cognomi ma non solo. Tra le voci in lista c’è anche l’azienda Tosap, che nei lavori delle metropolitana era sta una delle società fornitrici. In questo caso la cifra trascritta accanto era di diecimila euro.

Sergio Collini per l’inchiesta trentina ha deciso di patteggiare, così come il cugino Fabrizio, morto nell’ottobre 2010 dopo essersi gettato da un viadotto della A26 in Liguria. Aveva patteggiato una condanna a due anni e tre mesi. Stessa scelta fatta nel 2009, quando era accusato di tentata violenza sessuale su minore e induzione alla prostituzione. L’azienda che si occupa anche di ponti e viadotti nell’ottobre 2013 ha vinto l’appalto – con un ribasso del 26 per cento su una base d’asta di 16 milioni di euro – per la realizzazione della passerella pedonale Expo-Fiera per l’esposizione universale del 2015. A decidere di avvalersi delle facoltà di non rispondere è stato invece l’altro testimone dell’accusa, il direttore generale di Fce Sergio Festa. Il funzionario era stato tirato in ballo nella precedente udienza dall’ex commissario Mario Spampinato, che lo aveva bollato come il suo principale antagonista perché «di altro schieramento politico».


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