Maxiprocesso, parla l’avvocato Fabio Repici «Nelle cronache di oggi ancora gli stessi nomi»

Nel 1986 aveva 15 anni. Frequentava il terzo anno del liceo classico a Messina e non pensava che, il 10 febbraio di trent’anni fa, quello che stava succedendo dall’altro lato della Sicilia, a Palermo, avrebbe potuto avere a che fare con il suo futuro di cittadino e di professionista. Oggi Fabio Repici è un avvocato. Ogni giorno va su e giù per l’Italia, dentro le aule dei tribunali, dove si occupa di mafia sotto diversi profili. Difende un ex boss oggi collaboratore di giustizia, e anche diversi familiari di vittime di Cosa nostra. Tra cui Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, giudice del pool antimafia palermitano che ha istruito il Maxiprocesso a Cosa nostra, cominciato il 10 febbraio del 1986.

Da allora sono passati trent’anni. Cosa significa il Maxiprocesso per chi si occupa di giustizia e mafia in Sicilia?
«Fuori dalle generazioni e dagli operatori processuali che con il Maxi fecero personalmente i conti, sono convinto che pochi, fra magistrati e avvocati delle generazioni successive, abbiano letto la sentenza della Corte d’assise di Palermo oppure la sentenza-ordinanza scritta nell’estate 1985 da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino simbolicamente segregati all’Asinara. Ed è un peccato. Ancora oggi, per cercare di comprendere in ogni sfumatura i fatti di processi attualmente in corso, mi capita di consultare il file con la sentenza scritta da Piero Grasso. Anche i cronisti di giudiziaria dovrebbero farlo». 

Quanto c’è di attuale?
«Si accorgerebbero che già lì c’era la descrizione di fatti e personaggi i cui nomi leggiamo ancora nelle cronache di oggi. Ad esempio, uno degli ultimi elementi di spicco di Cosa Nostra, pienamente operativo, arrestato a Palermo meno di tre mesi fa è stato Salvatore Profeta. Consultando la sentenza del Maxiprocesso si vede che era già imputato all’epoca e che il suo inquadramento nella famiglia di Santa Maria del Gesù, oltre che dalle dichiarazioni dei pentiti, risultava da elementi oggettivi insuperabili. Quel che vale per Profeta, vale per tanti altri. Questo forse dice qualcosa pure sull’immutabilità di Cosa Nostra, anche in questo momento di sua oggettiva fase critica, se non terminale».

Eppure, da quel febbraio 1986, tanto sembra essere cambiato. La maggiore conoscenza del fenomeno mafioso ha reso più semplice arrivare a una verità – seppure giudiziaria – o sono stati fatti dei passi indietro?
«Ancora oggi celebriamo o aspettiamo di celebrare processi per delitti gravissimi accaduti oltre vent’anni fa. Per il resto, credo sia cambiato pressoché tutto. Spesso, purtroppo, in negativo. Rispetto al 1986 registriamo una progressiva approssimazione nella ricerca della prova e nella ricostruzione dei fatti. Leggendo gli atti del Maxiprocesso, si rimane ammirati dalla certosina verifica di ogni possibile dettaglio, che ha composto quel capolavoro realizzato da Falcone e Borsellino con l’atto che concluse la monumentale istruttoria del Maxiprocesso».

Ed è proprio all’interno di quel documento che si trova il riferimento al reato di concorso esterno alla mafia. Oggi accusa tra le più comuni per politici e imprenditori, ma reso sempre più difficile da provare. Il rischio è che si giri a vuoto?
«Per maneggiare quel tipo di imputazione, seppure non necessariamente fuoriclasse come Falcone, occorrono magistrati sapienti ed efficaci. E non sempre è così, in Sicilia o ad altre latitudini. Va detto, però, che sono state davvero nauseabonde certe campagne, all’apparenza intellettuali ma in realtà a supporto di interessi personali di qualche imputato eccellente, che hanno tentato di sterilizzare quell’intuizione di Falcone. E, peggio ancora, alle volte certe corbellerie sull’impossibilità di applicare il concorso al reato associativo sono state riprese perfino da qualche magistrato, con interventi che in diritto erano pure farneticazioni».

Che strumenti ritiene utili per uscire da questo pantano?
«Non ho ricette. Gli unici strumenti sono la corretta ricostruzione dei fatti e l’attenta qualificazione giuridica. Non condivido l’idea di alcuni secondo cui andrebbero in qualche modo elencati e formalizzati gli apporti possibili del concorrente esterno. Che sia il magistrato, il professionista, l’imprenditore, l’investigatore, il politico, chiunque ripetutamente nel proprio campo concede all’organizzazione mafiosa un apporto illecito va sanzionato come concorrente nel reato associativo».

In sostanza, sulla lotta alla mafia c’è ancora molto da fare. Ma oggi si pone anche una nuova sfida: come ci si difende dall’antimafia di facciata?
«Si è arrivati al punto, davvero aberrante, che a fare oggi da censore morale in materia di mafia e antimafia si sia eretto perfino qualche antico seguace dei mafiosissimi cugini Salvo. Ho sempre pensato che ciascuno nel suo ruolo può fare qualcosa di utile alla società, anche in materia di mafia. Ecco, se riuscissi ad aiutare i familiari del poliziotto Nino Agostino a raggiungere definitivamente verità e giustizia, forse potrei avere la superbia di aver fatto qualcosa di utile e perfino di antimafioso. Anche se su certi concetti ci sarebbe da fare profonde riflessioni, perché a volte ci si trova a dover contrastare pezzi di Stato. Mi sa che forse è anche questo che contribuisce alla confusione nel dibattito pubblico su mafia e antimafia».


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