Marsala, blitz contro rete di Messina Denaro Intercettazione: «Si trova nelle zone nostre»

Le tensioni interne alla famiglia mafiosa di Marsala e l’intervento pacificatorio di Matteo Messina Denaro. Nel 2015, appena due anni fa. L’operazione antimafia Visir, scattata all’alba di stamattina nel Comuni di Marsala e Mazara del Vallo, mette un altro tassello nella caccia al boss latitante: il capo di Cosa nostra in quel momento si sarebbe trovato ancora in Sicilia, non lontano dalla sua Castelvetrano. 

Sono
14 i provvedimenti di fermo emessi dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani nei confronti della rete di fiancheggiatori del super boss, emessi dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo. Le indagini – partite nel maggio del 2011 – sono state condotte dai sostituti procuratori Carlo Marzella, Pierluigi Padova e Gianluca De Leo. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, detenzione illegale di armi e altri reati aggravati dalle finalità mafiose.

Al centro delle indagini del Ros
il mandamento di Mazara del Vallo e la sua articolazione territoriale rappresentata dalla famiglia mafiosa di Marsala, di cui sono stati delineati gli assetti e le gerarchie. In particolare di una decina radicata nella frazione marsalese di Strasatti e nel vicino comune di Petrosino. E a proposito delle tensioni interne alla famiglie per la spartizione delle risorse derivanti dalle attività illecite, sarebbero emersi «inediti e importanti elementi, per l’epoca – sottolineano gli investigatori – riguardanti l’operatività e la possibile periodica presenza del latitante nella Sicilia occidentale». 

In particolare è emerso coma la famiglia di Marsala fosse capeggiata da
Vito Vincenzo Rallo che nel 2015, stando alle indagini, avrebbe agito secondo le espresse direttive di Messina Denaro. Del sodalizio però avrebbero fatto parte due sottogruppi: il primo riferibile a Nicolò Sfraga, ritenuto uomo di stretta fiducia di Rallo; il secondo guidato da Vincenzo D’Aguanno che, malgrado riconoscesse l’autorità del capomafia, sarebbe stato insofferente alle ingerenze di Sfraga nella spartizione delle risorse economiche del territorio di competenza.

Frizioni che avrebbero generato continue interlocuzioni e tensioni, per cui Rallo sarebbe stato costretto a intervenire più volte per evitare che le divisioni sfociassero in un confronto violento tra le fazioni. E in questo contesto sarebbe da inserire
l’intervento pacificatorio, nel 2015, di Messina Denaro: un richiamo al rispetto delle gerarchie interne alla famiglia di Marsala, con tanto di minacciata eliminazione fisica dei responsabili delle instabilità. «C’è il latitante che avi i cugghiuni unciati… che sarebbe Messina Denaro che è nelle zone nostre», dice Sfraga in un’intercettazione ambientale a Petrosino. Sarebbe proprio Sfraga, incensurato e braccio destro di Rallo, a tenere i rapporti direttamente col latitante, come dimostra anche un’intercettazione ambientale dai toni inequivocabili.

In particolare, le disposizioni del latitante sarebbero state veicolate da Sfraga al
capo decina nel corso di una movimentata riunione nel gennaio 2015. Incontro in cui Sfraga avrebbe riportato le disposizioni del latitante e che è stato monitorato dagli investigatori. I carabinieri sono così riusciti ad acquisire importanti e inediti elementi sia in ordine alla presenza di Messina Denaro nel territorio della provincia di Trapani sia sulle dinamiche di funzionamento di Cosa nostra marsalese. L’indagine ha documentato anche i rapporti fuori provincia di Rallo per la gestione di attività estorsive, in particolare con i mandamenti di
San Giuseppe Jato, nel Palermitano.


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