Mario Ciancio e l’affare Porte di Catania Il nodo del gip alla scadenza delle indagini

Porte di Catania. Il primo dei numerosi centri commerciali etnei che si incontrano entrando in città da sud. Un ipermercato, 150 negozi e oltre cinquemila posti auto, recitano le informazioni sul sito. Un polo commerciale che è finito tra i faldoni della procura di Catania all’interno dell’indagine a carico dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è forse il punto su cui più insiste il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone nell’ordinanza che rigetta l’archiviazione richiesta dalla procura etnea per l’editore-direttore del quotidiano cittadino La Sicilia. Ad insospettire il gip sono soprattutto le modalità di ingresso in società di Ciancio in questa attività, insieme ad altre ricostruite nell’ordinanza, e la sua collaborazione con soci ritenuti dai magistrati vicini a Cosa nostra. Un modus operandi che Barone ha invitato i magistrati ad approfondire, entro 150 giorni a partire da metà novembre.

L’affare Porte di Catania parte da lontano, nel 2000, e porta il nome della Icom srl: società costituita a Milano da soci pugliesi – alcuni con comprovati rapporti con Ciancio per altri affari, sottolinea Barone – più due siciliani. Questi ultimi però escono presto dalla società, cedendo le proprie quote a una neonata azienda di Vincenzo Viola, «onorevole regionale palermitano e amico di Ciancio Sanfilippo Mario», nella quale a sua volta entrano nuovi soci palermitani. Così collegati indirettamente alla Icom. Si tratta, tra gli altri, di Tommaso Mercadante, «nipote di Tommaso Cannella, storico boss di Prizzi», nel Palermitano, e figlio del primario di radiologia e politico regionale Giovanni Mercadante, con alterne vicende giudiziarie per mafia. Insieme a lui, anche Giovanni Vizzini – fratello del senatore Psi, ex Pdl, Carlo Vizzini, già presidente della Commissione affari costituzionali – «soggetto politicamente particolarmente influente alla Regione Siciliana». Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Campanella, Mercadante avrebbe svolto «una funzione regolatrice dei rapporti con la criminalità organizzata e il superamento e/o la messa apposto dei relativi problemi». Mentre Vizzini, deduce il gip, sarebbe stato inserito nella società «come la chiave per superare i problemi di natura regionale». Le due principali preoccupazioni di Cosa nostra in un affare.

«Nell’agosto del 2002 Ciancio e la Sud Flora spa, riconducibile a sua moglie, proprietari di alcuni terreni in contrada Bicocca di Catania, stipulavano un contratto preliminare per la vendita degli stessi terreni alla Icom srl per circa 13 milioni di euro». Unica clausola: la modifica della destinazione d’uso dei terreni e le necessarie autorizzazioni per la costruzione di un centro commerciale che «Ciancio si impegnava, in prima persona, a richiedere ed ottenere», scrive il gip citando il pm. Passaggi burocratici attraversati con successo a partire da fine dicembre 2002 – con il benestare della Regione – e fino al 2005, con una variante al piano regolatore generale cittadino approvata dal consiglio comunale di Catania.

Nel frattempo, attraverso altri passaggi societari, «nel maggio del 2003, entravano nella compagine sociale della Icom srl Ciancio e sua moglie Guarnaccia Valeria con una quota complessiva del 33%». Quote poi girate, come tutti gli altri soci Icom, alla multinazionale Auchan tramite le sue controllate. Per queste quote e i terreni, «Ciancio riceveva la somma complessiva di 28.130.216,00 di euro». Un buon affare, per l’imprenditore etneo. Ma anche per Vincenzo Basilotta che, con la sua Fratelli Basilotta spa, si aggiudica i lavori. Basilotta però non è un nome qualunque nell’imprenditoria etnea: «Condannato in primo e secondo grado per essere ritenuto partecipe dell’associazione mafiosa Santapaola-Ercolano, il 50% del capitale sociale della F.lli Basilotta è stato sequestrato in sede di misure di prevenzione antimafia», ricorda il gip.

Tra la presenza di quest’ultimo e quella di Mercadante, la costruzione del centro commerciale etneo assume una luce sinistra. «Resterebbe, comunque, anche da provare la conoscenza da parte di Ciancio Sanfilippo Mario sia del fatto che Mercadante Tommaso partecipasse alla società per scopi “illeciti”, sia del fatto che lo stesso Mercadante fosse legato a Cosa Nostra palermitana», scriveva il pm Antonino Fanara al giudice Barone. Ammettendo però lui stesso che difficilmente Mario Ciancio poteva non sapere dei rapporti di parentela del suo socio. Una circostanza non solo difficile, ma anche indifferente, secondo il giudice. Per il quale «va rilevato che l’operazione Icom, lungi dall’aver costituito un episodio occasionale, è stata preceduta e seguita da altre, analoghe per consistenza economica e per modus procedendi, ma soprattutto per la partecipazione, al fianco del Ciancio Sanfilippo, di imprenditori organici o comunque vicini a Cosa Nostra». Se tutti questi indizi dovessero diventare una prova, si saprà solo allo scadere dei 150 giorni, ad aprile, quando i magistrati dovranno nuovamente avanzare al gip una richiesta – di archiviazione o di rinvio a giudizio – per uno degli uomini più potenti della città.

[Foto di Porte di Catania]


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Manca poco alla fine del termine di 150 giorni, a partire da novembre, stabilito dal giudice per le indagini preliminari etneo Luigi Barone per approfondire l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per l'imprenditore catanese. Tra i presunti rapporti con i boss e i progetti di costruzione sospetti, c'è soprattutto quello del grande centro commerciale nella zona sud della città. Che ha visto, tra i suoi soci, anche il nipote di un boss del Palermitano. La penultima puntata di CTzen, prima di un tuffo nel passato giudiziario dell'editore più noto in città

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