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Il trasformismo della mafia in Sicilia: «Arrestare i boss non è l’unica sfida»

La mafia in Sicilia cambia volto ma continua a permeare l’economia e il territorio siciliano: oggi il narcotraffico rappresenta il principale motore finanziario, mentre estorsioni e corruzione restano strumenti di controllo e di potere. La commissione parlamentare d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia ha svolto nel corso del 2025 un’intensa attività, articolata su molteplici direttrici. L’anno si è aperto con una seduta di programmazione che ha definito tre linee strategiche fondamentali: il proseguimento delle inchieste avviate, un nuovo ciclo di ascolto nei territori siciliani e l’avvio di un percorso legislativo per l’istituzione della Giornata nazionale dell’antiracket.

I beni confiscati alla mafia in Sicilia

Cinque i filoni investigativi seguiti dalla commissione antimafia in Sicilia. Un focus ha riguardato i beni confiscati e le difficoltà legate alla loro gestione. È emersa la necessità di garantire l’effettiva restituzione per fini sociali dei beni assegnati ai Comuni, superando le criticità amministrative che troppo spesso ne rallentano o impediscono il riutilizzo. Nel dialogo con prefetti e sindaci è emersa la proposta di costituire consorzi intercomunali per la gestione condivisa dei beni confiscati alla mafia in Sicilia. La commissione, inoltre, ha promosso il protocollo d’intesa Legalità e responsabilità sociale per uno sviluppo sostenibile. Presentato dai presidenti dei consorzi siciliani per la legalità e lo sviluppo, per favorire l’adesione dei Comuni a strumenti di collaborazione nella gestione dei beni confiscati. Apprezzamento, infine, è stato espresso per la proposta di destinare una quota del fondo unico di giustizia alla manutenzione e riqualificazione di questi beni.

I giornalisti e le vittime di mafia

Un secondo filone ha riguardato il ruolo del giornalismo nella lotta alla mafia in Sicilia. La commissione ha ascoltato alcuni giornalisti particolarmente esposti e ha analizzato il fenomeno del reinserimento dei boss mafiosi tornati in libertà nel tessuto criminale dei territori di origine. Le intimidazioni subite dai professionisti hanno spinto la commissione a convocare una seduta specifica nella sede dell’ordine dei giornalisti di Sicilia. Un terzo filone ha riguardato le vittime di mafia.

La corruzione e il rischio di infiltrazioni

Le criticità nell‘affidamento del servizio di elisoccorso di emergenza da parte dell’amministrazione regionale è stato il quarto tema d’indagine della commissione. Che ha restituito un quadro allarmante. Per esempio, il conferimento dell’incarico di responsabile unico del procedimento a un funzionario già destinatario di numerosi incarichi analoghi, in potenziale violazione dell’obbligo di rotazione del personale. Ma anche la nomina di un legale esterno per un importo superiore a 50mila euro, senza il ricorso a piattaforme certificate.

E pure il ricorso a procedure negoziate senza pubblicazione del bando. Più in generale, si è indagato l’intero sistema di prevenzione della corruzione della Regione e la commissione ha chiesto al governo regionale di potenziare la Centrale unica di committenza. Quinto punto è stato il rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione di beni demaniali in concessione. Un’indagine avviata dopo la segnalazione del deputato Ismaele La Vardera sulla società concessionaria Mondello Immobiliare Italo Belga. La relazione conclusiva, trasmessa alla procura, ha chiesto la revoca della concessione e il rafforzamento dei controlli su tutti i concessionari di beni demaniali regionali.

Il business della droga

Prefetti, questori, comandanti provinciali dei carabinieri e della finanza, dirigenti della Direzione investigativa antimafia, procuratori. Sono stati i soggetti delle nove province siciliane ascoltati dalla commissione antimafia. Ma non solo. Sono stati auditi i 391 sindaci siciliani, riconosciuti come presidi di legalità nei territori. Dagli incontri è emerso un quadro preoccupante. Il traffico di sostanze stupefacenti si conferma la principale fonte di finanziamento della mafia in Sicilia. Che ha mantenuto una sostanziale pax mafiosa con la Stidda per garantire la redditività del mercato degli stupefacenti. Un approfondimento ha meritato l’allarmante situazione nel Catanese con fibrillazioni mai sopite che danno luogo a gambizzazioni e spari tra cosche rivali. Un clima che si ritrova anche nel Ragusano, con episodi di violenza che coinvolgono minori e l’utilizzo di armi da guerra.

Il racket delle estorsioni

Il racket delle estorsioni resta un caposaldo della mafia in Sicilia, con l’aspetto economico sullo sfondo rispetto al controllo del territorio. Richieste estorsive di natura simbolica ma estese a tutto il tessuto sano. E restano anche le forme di racket alternativo, dall’imposizione di forniture all’assunzione di personale segnalato. Con le vittime che tendono a negare anche di fronte all’evidenza. Poche denunce e indagini che nascono spesso solo come costole di altre indagini.

Sensibilizzazione della società civile

La commissione si è riunita nel quartiere Zen di Palermo, con una seduta aperta alla cittadinanza. In un territorio pieno di contraddizioni in cui l’allarme sociale è stato acuito specialmente da alcuni omicidi. Sindaco, componenti della circoscrizione, dirigenti comunali, forze dell’ordine, sindacati, dirigenti scolastici, rappresentanti del mondo del volontariato e cittadini si sono riuniti per un confronto nei locali della chiesa San Filippo Neri. Un momento di ascolto che ha contribuito alla formulazione di un emendamento poi confluito nella legge regionale 1 del 2026. Che istituisce un fondo di un milione di euro per interventi di riqualificazione sociale e urbana nelle periferie ad alto rischio di Palermo, Catania e Messina.

«La sfida non è solo arrestare i boss»

«Non possiamo consentire alla mafia di occupare gli spazi lasciati scoperti dalle istituzioni in Sicilia – ha detto il presidente della commissione antimafia Antonello Cracolici -. La sfida non sta soltanto nell’arrestare i boss. Dobbiamo ricostruire la capacità dello Stato di governare bene e ridare fiducia ai cittadini, garantendo amministrazioni trasparenti e meccanismi capaci di prevenire la corruzione, porta d’ingresso delle mafie. Perché le istituzioni siano credibili – ha concluso – dobbiamo restituire i beni confiscati alla collettività e non lasciare chi denuncia nell’isolamento e nell’indifferenza».


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