L’imprenditore Cutrò querelato dai suoi estorsori Per una puntata de Le Iene. «Io interrogato, assurdo»

Nel luglio del 2013 sono stati condannati definitivamente dalla Cassazione per associazione mafiosa ed estorsione. Oggi i fratelli Panepinto, Luigi (che deve scontare una pena di 12 anni di carcere) e Maurizio (13 anni e 6 mesi), hanno querelato per diffamazione il testimone di giustizia Ignazio Cutrò che, con le sue denunce, ha contribuito in maniera determinante ad avviare l’indagine Face off, conclusa proprio con le condanne ai suoi estorsori. «E’ assurdo, presenteremo a nostra volta una denuncia», spiega l’imprenditore di Bivona, Comune dell’Agrigentino, che è stato costretto a chiudere la sua attività all’inizio del 2015, dopo anni di vessazioni da parte della criminalità organizzata e di problemi legati a cartelle esattoriali per le quali dovrebbe godere di sospensioni, ma anche a questioni di sicurezza personale.

I fratelli Panepinto hanno sporto querela per le dichiarazioni di Cutrò nella puntata del programma Le Iene del 12 marzo del 2014, perché dalla puntata emergerebbe che siano stati loro a eseguire atti incendiari a danni dell’imprenditore. «C’è una sentenza di terzo grado che condanna per associazione mafiosa questi signori – replica Cutrò – gli atti parlano, eppure sono stato interrogato dalla polizia di Sciacca una decina di giorni fa. Con il mio legale abbiamo prodotto i documenti molto serenamente, sono stato riconosciuto vittima nel processo, sono stato anche risarcito di 30mila euro e per la prima volta un organo giudicante mi ha dedicato nella sentenza un intero capitolo di apprezzamenti».

Da gennaio Cutrò non gestisce più un’attività imprenditoriale. Ma si è aperta una nuova finestra nella sua vita, grazie all’approvazione da parte del governo regionale di Rosario Crocetta di una legge che prevede l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia. Norma richiesta proprio dall’associazione che Cutrò ha contribuito a far nascere. Il 9 aprile hanno firmato i primi 13 testimoni. Il 23 maggio ne verranno assunti altri 35, l’ultimo a firmare sarà lo stesso Cutrò. Una legge simile è in discussione anche a Roma.

«Non volevo fare l’impiegato nella vita, avrei preferito continuare a fare l’imprenditore ma non ci sono leggi che ci tutelano». Dopo il 23 maggio la battaglia continuerà su questo campo. «Conquistata un po’ di serenità, ripartiremo per ottenere una legge più giusta che dia gli stessi diritti ai testimoni di giustizia che, invece di andare via, decidono di rimanere nella propria terra. E’ inconcepibile che chi resta non ha accesso a una ricapitalizzazione o aiuti, non in sussidi, ma in possibilità di nuovi lavori. Perché – conclude Cutrò – non siamo noi a dover scappare, ma i mafiosi».


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